LAVORO E FESTA: INCONTRI
Si dice che “il lavoro nobilita l’uomo”, ma come si vive quando non c’è ed è difficile arrivare a fine mese con i pochi soldi che circolano in casa? La storia di Aniello Coppola, 37 anni, disoccupato, di Castellammare di Stabia (in provincia di Napoli) è emblematica: malgrado le non poche difficoltà e i lutti (la moglie Assunta è morta cinque anni fa di tumore, lasciandogli una bambina piccola), guarda ancora con speranza al futuro, che sogna migliore, soprattutto per la figlia, anche perché non si è mai sentito “abbandonato” da chi gli sta intorno.
Ci vuole raccontare la sua storia?
“La mia vita, purtroppo, è stata segnata da molte scelte sbagliate, di cui pago le conseguenze, ma non smetto di avere fiducia in un domani migliore. Oggi vivo con mia figlia Francesca, di 8 anni, e mia suocera Laura, 60, in un garage adattato a casa, dove non abbiamo neppure il frigorifero. Non ho, infatti, abbastanza soldi per pagare l’affitto di una casa più dignitosa. Il problema è che non ho un titolo di studio perché da ragazzo non avevo voglia di perdere tempo sui libri e i miei genitori, senza grandi risorse, mi hanno spinto a trovare presto un lavoro da muratore. Sono andato avanti così per diversi anni, sempre lavorando al nero, finché un giorno ho avuto un incidente su un cantiere, che mi ha reso parzialmente invalido e mi obbliga a fare lavoretti meno impegnativi fisicamente. Adesso tiriamo avanti principalmente con la pensione sociale di mia suocera e conduciamo una vita molto magra. Comunque sia, mi industrio come posso e qualsiasi lavoretto mi viene proposto lo accetto subito perché penso che mi fa guadagnare qualche soldino in più per mia figlia, che ha un lieve ritardo mentale e avrebbe bisogno di maggiori cure”.
Come vive questa situazione difficile?
“Devo dire che ho ricevuto sempre tanta solidarietà nella mia vita e non mi manca la fede. Da quando è morta mia moglie, penso di avere un angelo in cielo che prega per noi il Signore. E davvero sono convinto che Dio operi attraverso le tante persone buone che ho conosciuto. Innanzitutto, gli assistenti sociali mi hanno sempre dato non solo un aiuto materiale per crescere Francesca, ma si sono affezionati a lei e cercano in ogni modo di farle recuperare il lieve handicap che ha. Mia figlia, inoltre, frequenta una scuola tenuta da suore, che non mi fanno pagare la retta e la aiutano nel doposcuola, oltre a provvedere, ogni giorno, al suo pranzo. Anche la Caritas diocesana non ci fa mancare il suo sostegno, procurandomi anche dei lavoretti saltuari. Ci sono, poi, delle persone di buon cuore che, colpite dalla nostra storia, mi aiutano economicamente per tirar su Francesca, senza farle pesare eccessivamente la nostra povertà”.
Forse, sono soprattutto i giorni di festa quelli più difficili da gestire perché si avverte di più la diversità con gli altri…
“Sinceramente no. La domenica, ma soprattutto a Natale e a Pasqua sento ancora di più la solidarietà di chi mi aiuta e, attraverso di loro, la benevolenza di Dio verso la mia povera famiglia. A Natale, ad esempio, io non posso permettermi di comprare regali per Francesca. Allora, il medico, che la cura da quando era piccola, la invita alla festa che l’ospedale di Castellammare organizza per i piccoli degenti e per i bambini meno abbienti della città e ci sono tanti giocattoli per tutti. E, poi, ci sono signore che non ci fanno mancare il loro sostegno per queste feste o per il compleanno e l’onomastico di mia figlia. Avvertire il senso della festa, però, non è solo legato a una questione economica. Per chi non lavora o lo fa solo saltuariamente, come me, c’è il rischio di considerare tutti i giorni uguali, ma non è così. La domenica è un giorno speciale perché è dedicato a Dio, come diceva sempre mia moglie. Questo cerco di trasmettere anche a mia figlia, che, con il suo sorriso e la sua bontà, mi porta a sperare in un futuro migliore”.
Non le pesa dover dipendere tanto dagli altri?
“Non posso negare di essere molto grato ai miei benefattori, ma di sentirmi anche mortificato di dover accettare l’aiuto di tanti. Mi piacerebbe poter cambiare la storia della mia vita: non farei più la sciocchezza di non studiare. Adesso che non posso svolgere più lavori faticosi, capisco l’importanza di studiare per migliorare la propria condizione. Purtroppo, quando io ero piccolo, i miei genitori erano troppo ignoranti per indirizzarmi diversamente e anche i miei amici non volevano perdere tempo sui libri. Ai giovani consiglio, invece, di investire bene i loro anni, studiando o seguendo corsi di formazione professionale. Vorrei che anche mia figlia studiasse, per lasciarsi indietro tanta miseria. Anche se non sono più giovanissimo, ogni tanto penso di riprendere a studiare e frequentare un corso professionale. Ho capito, infatti, una cosa: nella vita non bisogna mai arrendersi e, soprattutto, mai smettere di avere fiducia nel Signore, che è vicino a chi soffre”. (19 maggio 2006)