LAVORO E FESTA: INCONTRI
“Lavoro e festa” è uno degli ambiti del cammino preparatorio verso il Convegno ecclesiale decennale di Verona dell’ottobre prossimo, sul tema generale della “speranza” cristiana. Una delle occupazioni oggi più richieste è quella delle “assistenti familiari” o “assistenti alla persona”, fino a poco tempo fa comunemente definite “badanti” o sbrigativamente “colf” (collaboratrici familiari).
In Italia sono più di 1 milione, di cui regolarmente registrate oltre 600mila. “Si tratta di un lavoro di grande delicatezza per il forte coinvolgimento umano che implica” spiega Rita De Blasis, presidente nazionale dell’Api-Colf, oltre 10mila iscritte di cui più della metà straniere. Proponiamo alcune testimonianze di assistenti familiari che hanno avuto storie lavorative positive, nel segno della “speranza”. “Qualcosa che ci muove”. “La speranza è una realtà che dobbiamo fare nostra. Nel mio caso, essendo straniera, ho lasciato il mio Paese mossa da un bisogno, ma certamente sostenuta anche da una grande speranza: quella di farcela a trovare un’occupazione e a sostenere con essa i miei parenti che sono rimasti in Cile”: sono parole di Angela Imenez, 59 anni, in Italia dal 1989, oggi presidente provinciale dell’ApiColf di Roma. “Nel lavoro che svolgiamo accanto alle persone, specie se anziane e malate, è la speranza che ci sostiene. Dobbiamo affrontare racconta – situazioni a volte molto dure, difficili da accettare”.
Imenez, svolgeva nel proprio Paese un’attività sociale e caritativa, in parrocchia. Qui in Italia il tempo “libero” è molto poco, di fatto solo la domenica quando sono i parenti a prendersi cura dell’anziana assistita. Eppure si è resa disponibile per l’associazione che dice “oggi svolge un ruolo di tutela e indirizzo, anche se chi viene dall’estero in questi ultimi tempi lo fa quasi sempre a colpo sicuro, sapendo in anticipo la famiglia dove sarà occupato”.
Angela è stata per 13 anni e mezzo assistente di un’anziana con Halzeimer e dopo la sua morte ha mantenuto un rapporto di forte familiarità con le figlie. “So purtroppo di un caso diverso: un’assistente polacca, alla morte della signora avvenuta nel pomeriggio, ha avuto dai parenti lo sfratto immediato per la sera. Messa in strada senza nessuna pietà!”. Quella parola non ci stava bene. Il caso di Maria Tabaglio, della zona cremonese in Lombardia, è singolare, una specie di primato: “Da ben 62 anni sono occupata nella stessa famiglia, dove ho assistito gli anziani bisnonni, poi i nonni e oggi i figli con i loro figlioletti. Ho visto quattro generazioni, mi sono affezionata a tutte le persone che ho assistito. E sono anche stata ricambiata. Mi consideravano di famiglia e anche ora i rapporti sono buoni”, dice Tabaglio che ha 78 anni e un’anzianità non solo di “servizio” ma anche di tessera dell’ApiColf. Fu infatti tra le fondatrici nel 1964.
“Per diversi anni, dal 1946, sono stata iscritta alla Acli. Poi le cose sono cambiate e negli anni sessanta si è sentito l’esigenza di dare vita all’ApiColf. Non ci piaceva la parola domestiche. Abbiamo così pensato a collaboratrici familiari”. Maria Tabaglio, che non ha intenzione di “staccare” parla della casa della propria madre, che ha lasciato giovanissima come “la mia prima casa”. La “seconda casa” è quella della famiglia dove ha prestato servizio e, lo dice con grande affetto, “la terza casa è quella dell’ApiColf a cui sono molto legata”. “Ringrazio dio per la forza che mi ha dato”. Arrivata a Napoli come clandestina nel 1993, regolarizzata nel 1996, varie occupazioni come assistente familiare, poi trasferimento al Nord, a Novara, poi a Vignate (Milano) e, infine ,a Pavia dove vive dal 1999 col marito e la figlia, Francia Gonzales è di Santo Domingo: “Dal mio Paese molti emigrano per motivi di lavoro specialmente verso gli Usa. Purtroppo ultimamente ci sono state restrizioni e, quindi, molti sono respinti. Il risultato è un clima sociale carico di tensione, con un aumento della violenza e della criminalità”.
La signora Gonzales in pochi anni ha bruciato le tappe: prima assistente familiare, poi diplomata come infermiera ausiliaria, poi socia di una cooperativa sociale e quindi inserita nell’ApiColf di Pavia per i collegamenti con l’estero, fino a diventare nel 2003 presidente provinciale.
“Ringrazio Dio per la forza che mi ha dato per inserirmi in Italia, con mio marito e ora la figlia. Ho fatto un percorso di cui non ho niente da rimpiangere e spero di essere di aiuto a tante tramite l’ApiColf. Nell’associazione c’è tanto da fare per tutelare le iscritte e garantire il buon esito dei loro lavori. A Pavia mi trovo bene e vorrei che altre possano dire lo stesso al loro arrivo in Italia”.
(13 luglio 2006)