Un volo senza ali

FRAGILITA’ UMANA: INCONTRI

Quando la fragilità si fa danza, colori, bellezza, gioia di vivere… Sembra esprimere tutto questo e anche di più Simona Atzori, danzatrice e pittrice famosa per il suo “volo senza ali”. Con i piedi volteggia, dipinge, vive, ama. Nata a Milano nel 1974, dall’età di 6 anni segue corsi di danza classica e contemporaneamente dipinge, portando avanti così le sue due grandi passioni. Nel 1983 entra nell’Associazione dei pittori che dipingono con la bocca e con il piede, studia arte in Canada e continua a perfezionarsi nella danza, fino a portarla addirittura in chiesa durante il Grande Giubileo del 2000, ballando una coreografia nella Basilica romana di S.Maria degli Angeli, che si concludeva con il crocifisso tenuto stretto tra le dita dei piedi, le sue “mani”.

Cosa è nato di grande, nella tua vita, a partire dalla fragilità?

“Mi piace molto la parola fragilità. Qualcuno parla di mancanze, ma io non sento di avere qualcosa che manchi. Sono stata progettata così. La fragilità può, a mio avviso, diventare una grande ricchezza, come lo è per me e per il modo in cui la vivo. Il mio carattere, la mia fragilità e la mia grande voglia di vivere mi hanno aiutato e mi aiutano tuttora a vivere la mia vita con serenità e con tranquillità, come dovrebbe essere la vita di tutti, affrontandola cercando di tirarne fuori il meglio. So che non sempre è possibile ma questo è ciò che cerco di fare ogni giorno della mia vita. Amo dire che la mia vita è stata un dono”.

Dove attingi questa speranza?

“Un po’ ovunque. Nell’arte sicuramente, perché l’arte ha la capacità di tirare fuori cose che nemmeno sai di avere e di provare. Quando si danza si provano emozioni sempre nuove e diverse. Ogni volta si scopre qualcosa di sconosciuto di sé e della propria capacità di vivere e di provare sensazioni. Nella pittura è lo stesso. Nella vita di tutti i giorni amo molto la gente. La mia arte mi dà la fortuna di incontrare persone e di ricevere tantissimo da loro”.

Nella vita di tutti i giorni non mancheranno però anche i momenti di sconforto, quando la fragilità si fa più fragile…Cosa ti aiuta a superarli?

“Si dice che bisogna passare anche per la sofferenza per scoprire qualcosa che in quel momento dovevamo capire. Sicuramente l’arte mi ha aiutato moltissimo. Quando ho dei momenti bui mi immergo nella pittura. Lo stesso accade nella danza. Ci si immerge completamente per dimenticare qualcosa di triste per poi magari scoprire, invece, la vera gioia. E questo accade anche in sala prove, quando ci si lascia andare al piacere della musica e al movimento del corpo e si scopre che la vera armonia e la vera gioia risiedono lì. Ma anche e soprattutto nelle persone che mi sono accanto. Ho la fortuna di avere una famiglia bellissima, tante persone che mi amano, un uomo straordinario al mio fianco… insomma… mi sento fortunata”.

Tu hai regalato a Giovanni Paolo II un suo ritratto durante un’udienza privata in Vaticano. Che ruolo ha la fede nella tua vita?

“A 17 anni ho donato a Giovanni Paolo II un quadro dipinto da me. È stato un momento della mia vita artistica ed interiore molto forte. Ho riscoperto la mia fede attraverso l’arte. Donare qualcosa di mio ad una persona straordinaria come Giovanni Paolo II è stato ricevere un grande dono. E quando ho danzato durante il Giubileo ho vissuto un momento di preghiera molto forte”.

Come si prega danzando?

“Ho danzato nella Basilica di S.Maria degli Angeli. Danzare in un luogo consacrato è meraviglioso perché senti la presenza di Dio, sei nella casa di Dio, quindi quale luogo migliore per pregare? Il movimento del corpo è molto vicino a tutto ciò. Basti pensare che quando siamo felici, quando vogliamo ringraziare qualcuno, spesso danziamo. Per me la danza è un momento di felicità, di festa. È usare ciò che si ha per donarlo agli altri, quindi per ringraziare. In quel caso danzai una coreografia intitolata Amen nella quale ho terminato con un crocifisso in mano, nella mia mano. In quel momento ho sentito davvero forte la preghiera e l’emozione. C’era tutto di me, era il modo in cui mi esprimevo”.

Tanti giovani – ma non solo – sono invece insoddisfatti o depressi e non trovano ragioni per sperare… cosa diresti loro?

“È molto triste. Mi rendo conto che quando si è giovani, soprattutto nell’adolescenza, si passano periodi molto difficili. Molto spesso non hanno accanto persone che le hanno aiutate ad avere una visione diversa del mondo. Sappiamo bene che la nostra società non ci offre grandi modelli, e questo è sicuramente uno svantaggio per i giovani. Spero che la mia danza e la mia pittura possano essere un messaggio anche in questo senso. Molti ragazzi mi fermano e mi dicono: Ho capito che anche io posso fare quello che desidero. Quando vedono che le fragilità – la mia in particolare di non avere le braccia – potrebbero portarci a fare invece qualcosa di più, molti ragazzi ricevono una spinta positiva anche per la loro vita”.

(21 aprile 2006)