Pensieri diversi

FRAGILITA’ UMANA: INCONTRI

La speranza, per loro, è racchiusa in un trapianto di cuore. Una speranza che ha portato la vita, una nuova vita, non solo in senso metaforico. Ora i cuori che battono esprimono ringraziamento per i donatori e un legame che perdura nel tempo grazie al passaggio dalla malattia alla salute. Una tappa che porta ad una diversa visione di sé e dell’esistenza. Nei 17 centri trapianti italiani vengono effettuate ogni anno circa 300-400 operazioni, anche se la disponibilità di organi è ancora inferiore alle necessità, e la “cultura della donazione” fatica a decollare.

L’Acti, l’Associazione cardio trapiantati italiani riunisce da 20 anni ex pazienti, medici e infermieri per tutelarne gli interessi morali e materiali e sensibilizzare il territorio su questi temi. La sezione romana, con sede all’ospedale San Camillo, ha lanciato nei giorni scorsi un manuale per il “prima” e il “dopo” dei pazienti che devono subire un trapianto di cuore. L’opuscolo spiega, in 35 pagine, chi è adatto ad un trapianto cardiaco, cosa succede durante l’attesa, l’intervento, la convalescenza e offre consigli utili su quale stile di vita assumere “dopo”. Tra chi ha avuto la fortuna di poter effettuare un trapianto vi sono gli aderenti all’Acti-Roma. Storie di speranza che vogliamo raccontare. Risvegliarsi con un cuore nuovo. “Risvegliarsi con un cuore nuovo – dice al SIR Tonino Badaracchi, 63 anni, vicepresidente dell’Acti-Roma, operato nel 2002 a seguito di miocardia dilatativa che lo aveva costretto su una sedia a rotelle – fa vedere la vita con un ottica diversa, si apprezzano di più gli affetti e ti senti come se avessi firmato una cambiale in bianco, con il dovere morale di ricambiare in ogni modo il bene ricevuto”.

Prima del trapianto, racconta, “era tutto molto faticoso e difficile, dovevo assumere tanti farmaci che non risolvevano i problemi. Gli ultimi mesi per me sono stati pesantissimi. Avevo difficoltà motorie, respiratorie, difficoltà a deglutire, avevo bisogno di assistenza giorno e notte. Ero umanamente stanco di vivere. L’unica speranza che mi mandava avanti era quella del trapianto. Per cui sono arrivato all’intervento, dopo un primo tentativo andato male, con un grande senso di liberazione”.

“Grazie al mio donatore – continua Badaracchi – la mia speranza si è avverata. Ora non festeggio più il compleanno, ma la ricorrenza del giorno del trapianto. Il cuore nuovo mi ha dato la motivazione per ricominciare a vivere, ma in una maniera diversa. Questa esperienza ti colpisce nel profondo dell’anima: si impara ad apprezzare di più gli affetti, ad essere più pazienti e tolleranti”. E si guarda al futuro “con molta più speranza e con un pizzico di entusiasmo”. Vivere per gli altri. Sentimenti condivisi anche da Alessia Montrone, 26 anni, la più giovane paziente trapiantata nel reparto di cardiochirurgia del San Camillo diretto da Francesco Musumeci, che è anche presidente dell’Acti-Roma. Il più grande desiderio di Alessia è di fare volontariato nel day hospital del reparto perché “portare il cuore di un altro per me vuol dire non pensare più a se stessi ma anche agli altri”. Alessia è stata colpita da un ictus nel 1999, aveva solo 19 anni e lavorava come commessa.

“Non potevo camminare, non potevo fare più nulla – racconta -. Prima del trapianto ho avuto un ultimo infarto, poi all’improvviso, l’11 febbraio del 2002, è arrivato il cuore”. “In quei momenti non capisci bene cosa ti sta succedendo, è tutto molto strano – continua -. Quando ti svegli sai che è accaduta una cosa bella, ma allo stesso tempo pensi all’altra persona che non c’è più e che ti ha donato il cuore”.

Questa percezione l’ha portata a convincersi che non può più vivere solo per sé stessa: “Voglio aiutare chi è in attesa di trapianto, perché sono stata male come  loro e so cosa vuol dire, so capirli e posso provare ad incoraggiarli”. Ora si sente “orgogliosa” della sua cicatrice – “che non nascondo in nessun modo” – è fidanzata da 11 anni, ha tanti amici e sogna “ciò che sognano tutti i giovani della mia età: passeggiate tranquille, bere un caffè senza affanno, fare le faccende di casa, viaggiare”. Tanti piccoli “miracoli”. Quest’anno è riuscito a nuotare in mare per 50 minuti. “Non credevo ai miei occhi. Prima del trapianto non potevo nemmeno camminare”. Questo è uno dei tanti piccoli “miracoli” recentemente accaduti nella nuova vita di Roberto Angelici, 59 anni, cardiotrapiantato due anni fa, dopo una malattia durata 5 anni. Angelici ha affrontato l’operazione con “responsabilità e determinazione”.

Dopo il trapianto “si apprezza il miglioramento della qualità della vita, ma ci vuole tempo, perché a causa della terapia si hanno alti e bassi a livello fisico e psicologico”. Dopo un po’, dice, “si ritorna agli affanni di una persona normale”, ma la grande novità “è poter fare cose che prima erano impossibili, come nuotare o camminare senza stancarsi subito”. Unico cruccio, per Angelici, “non aver potuto far carriera al lavoro, dopo 35 anni di lavoro nella stessa azienda e nel momento in cui avrei voluto raccogliere dei risultati”. Ma in fondo, concorda, “la vita è più importante rispetto al lavoro”.

(10 maggio 2006)