TRASMISSIONE DELLA FEDE: INCONTRI
La comunicazione della fede passa attraverso il rapporto tra le diverse generazioni, ma anche attraverso i libri, che possono trasmettere valori positivi o negativi, anche senza parlare direttamente di esperienze di fede. Ne è convinto Domenico Volpi, scrittore di letteratura per ragazzi e presidente del Gruppo di servizio della letteratura giovanile, un’associazione che sta cercando di fare, in varie parti d’Italia, un’opera di animazione della lettura e di informazione sulla qualità di libri per ragazzi. Lo abbiamo interrogato.
In che modo, a suo giudizio, la narrazione può contribuire alla comunicazione e trasmissione della fede?
“Prima ancora di parlare di narrazione, sono la Parola di Dio e la semplice parola, e quindi la lettura, che costituiscono una base per l’originalità della persona. Se la persona non è capace di pensieri autonomi, è difficile che ascolti un discorso di fede. Oggi si parla molto di mass media, ma si dimenticano il primo medium che è il libro, il colloquio familiare, la parola usata nella comunicazione umana”.
Come recuperare il valore della parola, che, oggi, è un po’ relegata dai nuovi media: stiamo ore e ore davanti alla televisione o al computer…
“Oggi manca la comunicazione familiare. In questo senso, svolgono un ruolo importante le associazioni giovanili perché abituano a stare insieme e a parlarsi. Purtroppo, spesso anche la parola usata nelle omelie è poco comprensibile. C’è, quindi, molto da recuperare pure sul piano della preparazione dei catechisti e della comunicazione dei sacerdoti stessi. Tra i mezzi della comunicazione sociale non bisogna dimenticare, poi, i giornali e i libri per ragazzi, ma la produzione attuale certamente non favorisce la fede, essendo la letteratura per ragazzi standardizzata, da un decennio, sull’horror e il fantasy. Il primo filone, più che contro la fede, è contro la speranza, nel senso che nell’horror il male non è mai sconfitto definitivamente. Nel secondo filone, di cui Harry Potter è la serie più venduta, la speranza è riposta in un aiuto esoterico e nell’invocazione di formule magiche, non nelle risorse dello spirito o nella preghiera. Il mondo descritto da due grandi scrittori cristiani, come Tolkien e Lewis, pur ricalcando le storie degli antichi cavalieri, ha un respiro soprannaturale in senso cristiano e trasmette valori”.
Cosa può suggerire, in base alla sua esperienza, per rivalutare la narrazione e, attraverso di essa, la comunicazione della fede?
“Se ogni genitore leggesse la sera una piccola fiaba ai bambini quando vanno a letto, invece di lasciarli davanti al computer o alla televisione; se ogni insegnante leggesse in classe per gli alunni, arrivando in fondo a libri che loro da soli non leggerebbero mai; se si recuperasse anche nelle nostre associazioni e parrocchie un’attenzione al libro; si potrebbe ridare slancio alla narrazione”.
Secondo lei, la narrazione può essere una risposta alla frammentazione che oggi è sempre più dominante e aiutarci a trovare una certa unitarietà?
“Il racconto a voce dall’adulto al bambino crea un’unione emotiva e fa viaggiare insieme e riesce a far ritrovare dei valori familiari. L’avventura di leggere in classe un romanzo, senza pretendere riassunti, fa vivere una grossa emozione collettiva e, quindi, unisce spiritualmente ed emotivamente i ragazzi. La narrazione in sé, entrare in un romanzo, è indubbiamente immergersi in un mondo, vivere in prima persona, ritrovando l’unità di una storia da percorrere”.
La letteratura per l’infanzia può essere al servizio della trasmissione della fede e in che modo?
“Sì, ma forse senza parlare esplicitamente di Dio. Si fanno libri bellissimi sul Natale, sulla vita di Gesù, sulla Bibbia, ma non sono questi che risolvono il problema. Bisognerebbe usare l’insegnamento di Cristo che parlava per parabole, cioè parlare non esplicitamente del Signore ma condurre a Lui attraverso una storia, un’evoluzione di un personaggio, quasi senza nominarlo. Basterebbe educare a guardare in alto. Questo tipo di libri, però, non sono tanto diffusi oggi, sommersi dalla valanga di libri fatti in serie. Le case editrici cattoliche, per contrastare questo trend, dovrebbero valorizzare di più gli autori di ispirazione cristiana. Stiamo cercando anche di riunire alcuni professori universitari di letteratura per l’infanzia per chiedere che i nuovi libri siano valutati dalla critica non solo dal punto di vista letterario e sociologico, ma anche da quello valoriale e pedagogico”.
I ragazzi sono interessati a un tipo di letteratura che non sia fantasy e horror, ma ricca di valori?
“I ragazzi sono disponibili. Occorre saperli interessare alla lettura in genere, ma le librerie per ragazzi non sono molte, le biblioteche attrezzate per questa fascia di età sono parecchie ma non coprono la rete nazionale, le biblioteche scolastiche sono in condizioni disastrose. Io ho incontrato 30/40.000 ragazzi negli ultimi 20 anni. Laddove si presenta un autore e scoprono che dietro il libro c’è una persona, che il libro non è una cosa di altri tempi ed è fatta da contemporanei, c’è un primo moto di avvicinamento”.
(17 maggio 2006)