Non è da sciocchi

CITTADINANZA: INCONTRI

“Attraverso la trasmissione della fede si veicolano anche i valori civici?”. A questa domanda tenta di rispondere l’indagine, voluta dall’arcivescovo di Monreale, mons. Cataldo Naro, sulla trasmissione della fede in diocesi, focalizzando l’attenzione su tre aspetti: la catechesi, rivolta sia ai bambini di prima comunione sia ad adolescenti e adulti in preparazione alla cresima; l’insegnamento della religione cattolica a scuola; la predicazione dei parroci.

Interlocutori per la ricerca, guidata da ANTONINO LA SPINA, docente di sociologia e direttore del Dipartimento di scienze sociali all’Università di Palermo, sono, perciò, i 482 catechisti (prevalentemente donne), i 121 insegnanti di religione e i 90 parroci della diocesi. L’8 luglio La Spina ha presentato i risultati della prima fase dell’indagine, che ha previsto 30 interviste in profondità ad un campione non rappresentativo dal punto di vista sociologico, che ha compreso, oltre alle tre categorie citate, anche tre frequentanti il corso di preparazione alla cresima. A fine settembre si avranno i risultati completi della ricerca e, in seguito, un libro con suggerimenti concreti. Professor La Spina, qual è l’obiettivo principale dell’indagine?

“Nella società attuale, la Chiesa è tra le poche istituzioni che indicano la necessità di perseguire il bene comune. Grazie alla ricerca, vogliamo capire se attraverso la trasmissione della fede passi anche un messaggio di cultura civica. Quando s’impartisce un’etica religiosa, potrebbe essere un momento privilegiato per insegnare, a esempio, che bisogna pagare le tasse o che non si devono cercare raccomandazioni. In questo campo, infatti, si lavora poco: anche a scuola i cammini di educazione civica e di cultura della legalità sono legati all’iniziativa dei singoli insegnanti o presidi”. Al Sud c’è una minore diffusione dei valori civici?

“In realtà, soprattutto nel Mezzogiorno, si pensa che è da sciocchi cercare di vivere certi valori oppure ci si sente una minoranza. Al contrario, occorre far capire che la diffusione di questi valori migliora il vivere civile. Sto parlando di quello che, in sociologia, è chiamato capitale sociale,cioè i rapporti tra i cittadini e i cittadini e le istituzioni caratterizzati da fiducia e da valori civici: quando ciò si realizza, si ottiene un miglior sviluppo economico e sociale. Tali valori, quindi, sono importanti non solo da un punto di vista etico, ma anche per il bene sociale. Ritengo, perciò, importante che la Chiesa mostri una sensibilità in tale ambito”. Cosa è emerso, dunque, dalla prima fase esplorativa della ricerca?

“Per avere il quadro completo, dovremmo attendere l’analisi dei questionari, che durante l’estate somministreremo a tutti i catechisti, gli insegnanti di religione e i parroci. Nel frattempo, dalle 30 interviste in profondità sono già emersi alcuni elementi interessanti. Intanto, parroci e insegnanti di religione sono più preparati e più sensibili sui temi civici rispetto ai catechisti, che, però, hanno una maggiore incidenza sulla popolazione, se si considera che la quasi totalità delle famiglie della diocesi manda i figli al catechismo. Da ciò si evince l’importanza che ricoprono queste persone nella trasmissione della fede, ma anche di valori etici, e la conseguente necessità di fornire ai catechisti una formazione standard di base (si tratta, infatti, di volontari, che nella vita svolgono lavori diversi), sia rispetto all’insegnamento della religione vero e proprio sia rispetto alla cultura civica. Inoltre, si potrebbero proporre momenti di integrazione, oltre a quelli di catechesi classici, in cui dar vita ad attività di valore etico, come pulire una spiaggia, promuovere la tutela di un monumento, combattere l’abusivismo edilizio. Importante anche vincere la rassegnazione, comune a parroci, catechisti e insegnanti di religione, nei confronti del mal costume della raccomandazione”. Se ci sono limiti da parte di chi dovrebbe trasmettere certi valori, qual è l’atteggiamento dei giovani rispetto a tali temi? E qual è il ruolo della famiglia?

“Noi abbiamo intervistato solo pochi ragazzi, ma in generale, non ricevendo stimoli, i giovani non si mostrano tanto sensibili. La famiglia, nei centri della nostra diocesi, continua a essere un’agenzia di socializzazione religiosa, ma non sempre di valori civici. Al Sud la religiosità, molto incentrata sul culto dei santi, è più familistica che orientata ai beni condivisi. Per giunta, la religione popolare meridionale tradizionale non esclude che l’adesione convinta alla fede cristiana si accompagni ad atteggiamenti criminali. Un dato positivo è che tra le nuove generazioni è meno forte il culto dei santi, che, si potrebbe dire, risponde ad una visione più utilitaristica e clientelare: nella catechesi sarebbe importante stemperare questi aspetti di religiosità popolare, a vantaggio della trasmissione dei valori civici”.

(13 luglio 2006)