GLI AMBITI
“Percorrere l’ardito cammino che, passando per luoghi e momenti significativi della vita ecclesiale italiana, ha dato un’interpretazione creativa della ricezione del Vaticano II, così come l’ha delineata Benedetto XVI nel discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005”. Con quest’obiettivo mons. Franco Giulio Brambilla della Facoltà Teologica di Milano ha avviato la sua introduzione ai lavori del seminario di studio promosso dalla Cei, il 24 e 25 febbraio, in preparazione al IV Convegno ecclesiale nazionale che si terrà a Verona dal 16 al 20 ottobre sul tema “Testimoni di Gesù risorto speranza del mondo”. Coscienza evangelizzatrice. Il “filo rosso” che unisce i Convegni ecclesiali di Roma (1976), Loreto (1985), Palermo (1995) con il prossimo di Verona è, per Brambilla “il rapporto tra Vangelo e libertà degli uomini”, svolto seguendo la triade cristiana di “fede, carità e speranza”.
“I tre Convegni già celebrati ha osservato il teologo sembrano fare da contrappunto al programma pastorale della Chiesa italiana su evangelizzazione, fede e carità. Non mancava all’appello che il tema della ‘speranza’, che sarà al centro dell’interesse del Convegno di Verona”.
Nella Chiesa italiana di questo inizio millennio, ha aggiunto Brambilla, “si è maturata una più chiara coscienza evangelizzatrice”, che significa “la presa d’atto della distanza della fede cristiana, con i suoi linguaggi e le sue istituzioni, dalle forme della vita moderna”. “Evangelizzare”, dunque, secondo il teologo, “non significa solo ‘aggiornare’ il vangelo alla vita attuale”, ma soprattutto “propone il compito di ritrovare il senso del vangelo come lievito delle forme della vita umana”.
All’inizio di questo millennio la pastorale ha acquistato anche la coscienza della necessità di una “svolta missionaria”, che si esprime in tre scelte “programmatiche”, che stanno alla base del cammino sin qui fatto: “il primato dell’evangelizzazione, la figura comunitaria della Chiesa, la conversione pastorale”. La scelta del tema del Convegno di Verona “ha cercato ha spiegato il teologo una felice sintesi tra il tema della speranza e la considerazione del laico come testimone. Il punto di fusione è avvenuto attorno al fulcro della speranza cristiana, che trova la sua figura personale in Gesù Risorto”.
Appare chiaro che tale scelta “riposa su un elemento di continuità e su un accento di novità”. Per quanto riguarda il primo aspetto, “l’elemento di continuità deve riprendere il filo rosso della Chiesa italiana”, concentrato nelle tre opzioni “programmatiche” indicate dal teologo come “sfondo del cammino dei decenni precedenti”. “Ciò è segnalato ha sottolineato Brambilla dal tema della speranza che non solo corona la triade cristiana, ma fa cogliere l’aspetto ‘escatologico’ del Vangelo, l’elemento per cui il Vangelo, pur essendo nel mondo e per il mondo, non è tuttavia del mondo”.
Il primato dell’evangelizzazione, la forma ecclesiale di questo primato e il metodo del discernimento comunitario “hanno bisogno di dirsi nella forma di una speranza che non si rassegna alle immagini e alle esperienze presenti della vita cristiana ed ecclesiale”. Per quanto concerne la seconda questione, “l’accento di novità consiste nel fatto che la speranza che il credente attesta non è semplicemente l’aspetto di futuro della vita umana, il fatto che le realizzazioni presenti hanno sempre un altro e un oltre da attendere e da sperare”.
L’accento cristiano, ha proseguito il teologo, “è che la figura della speranza ha il volto di Cristo risorto, è una persona, è l’esperienza sconvolgente di trasformazione e di trasfigurazione che la risurrezione di Gesù ha seminato nel grembo della storia”. Esercizi di speranza. “Il credente come testimone di speranza ha chiarito don Brambilla – è lo specifico del convegno di Verona. L’enfasi cade su ciò che unifica i credenti prima di ciò che li distingue, perché siano tutti testimoni nella vicenda stupenda e drammatica di questo inizio millennio”.
Soffermandosi sul tema dell’esercizio della speranza, proposto nella traccia di preparazione al convegno, il teologo ha affermato che è questa “la sottolineatura immancabile per un esercizio del cristianesimo senza del quale la vita cristiana è debole e fiacca e non riesce ad essere lievito nel mondo”. A giudizio di mons. Brambilla, “se l’attesa di futuro, soprattutto nel tempo della società fluida e ripiegata sull’immediato, esige di correggere le malattie della speranza e di metterne in luce i germi positivi presenti nelle esperienze della vita attuale, la forma cristiana della speranza deve condurre a fissare lo sguardo su Gesù Risorto, sorgente della testimonianza”.
La testimonianza, ha aggiunto don Brambilla, “è un’operazione teologale, spirituale e culturale ad un tempo”. In una parola, “si tratta di mostrare che il Vangelo della risurrezione di Gesù non riguarda solo il destino futuro della persona e del mondo, ma la novità con cui si vive il presente, come ‘pellegrini e stranieri’ che hanno la mente lucida e il cuore libero per dare un originale contributo alla costruzione della città e del mondo attuale”.
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(Scarica il testo integrale della riflessione mons. Franco Giulio Brambilla – file *.pdf )
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(25 febbraio 2006)