CONTRIBUTI REGIONALI
Una Chiesa aperta Sono 18 le diocesi che fanno parte della Conferenza episcopale toscana (Cet), mentre sono 2.431 le parrocchie. Il testimone scelto dalla Cet per il Convegno di Verona è Giorgio La Pira. Il cammino di preparazione in vista del Convegno ecclesiale nazionale si è inserito “in modo naturale e senza forzature nel cammino diocesano”. Per portare i temi del Convegno a conoscenza delle diocesi sono stati utilizzati i canali della pastorale ordinaria: settimanale diocesano, stile sinodale, ritiri spirituali, eventi diocesani. Purtroppo è stata notata “molta difficoltà ad allargare la fascia di persone solitamente interessate a certe tematiche”.
La testimonianza. La scelta pastorale degli adulti come “come modello e spazio privilegiato, superando lo sbilanciamento verso la pastorale dei bambini”: è stata questa una delle considerazioni più ricorrenti nelle relazioni delle singole diocesi. Non solo. “La Chiesa locale deve saper cogliere le opportunità pastorali” di evangelizzazione e testimonianza (preparazione e celebrazione del matrimonio, battesimo dei figli) che non mancano. Per questo è necessario “tornare a parlare in profondità delle propria fede, in modo esplicito, unitamente ad una testimonianza leggibile, evitando la autoreferenzialità”.
Dunque “la formazione del laicato diviene un problema non più rinviabile” perché la nuova evangelizzazione “ha bisogno di evangelizzatori, presbiteri prima tutto e poi laici e religiosi”. La parrocchia continua ad essere “luogo di incontro privilegiato” ma ha bisogno di “ripensamento e rinnovamento” e inoltre occorre “inventare nuovi spazi di incontro”. È importante tenere presente “la realtà di tantissimi non italiani”: la Chiesa deve essere “aperta al confronto e alla presenza culturale”. Infine è necessario “attivare una grande rete di solidarietà e di operatività in ordine alla carità, alla scuola, alla cooperazione missionaria”. Gli ambiti. Per la vita affettiva è necessario “creare una Chiesa accogliente, non ‘seduta’ in attesa dei fedeli”. Per questo la “comunità ecclesiale dovrebbe indirizzarsi al bene-essere della famiglia ed alla costruzione di relazioni sane ed autentiche” e “non limitarsi solamente all’enunciazione delle norme morali”. In questa prospettiva sono da sostenere corsi di formazione all’affettività ed alla sessualità; adeguati ed appropriati percorsi formativi per la preparazione al matrimonio; gruppi di supporto per le giovani coppie; iniziative e strutture quali gruppi di sostegno per le coppie e le famiglie in difficoltà.
Per il lavoro si denuncia la presenza di aree di disoccupazione, il lavoro nero, la troppa precarietà e i troppi incidenti gravi sui luoghi di lavoro. Le parrocchie però “non sembrano avere costanti rapporti di riflessione” e di “esplicita solidarietà” con questi problemi. C’è allora l’esigenza “di un’azione di divulgazione parrocchiale sia della Dottrina sociale della Chiesa, sia della riflessione teologica sul lavoro dell’uomo”.
Per il terzo ambito, la Toscana si trova di fronte a nuove fragilità: dell’identità culturale, lavorative e professionali, comunitaria, istituzionale. Per questo si suggerisce la “valorizzazione e qualificazione delle realtà associative – formative, culturali, assistenziali e di volontariato – operanti in ambito ecclesiale e civile”.
Per la tradizione, “attualmente ci troviamo di fronte ad oggettive difficoltà di trasmissione dei contenuti e dei valori religiosi a causa di una situazione di disorientamento, confusione di valori e di riferimenti umani e culturali”. Allora “occorre una formazione permanente, che non si fermi alla catechesi dell’iniziazione cristiana”. Importante è poi “valorizzare e consolidare” la scuola cattolica. Infine è necessario usare i media a partire dalla stampa per “arrivare alla radio-televisione e infine ad internet, vera agorà moderna”.
Per la cittadinanza, la riflessione parte dalla considerazione che “la disaffezione per la vita della res publica” è “alquanto diffusa pure tra i giovani”. E allora si richiede che si provveda alla formazione alla cittadinanza “con adeguati itinerari pedagogici, nei modi che si riterranno più opportuni, sia da parte di istituzioni che di associazioni ecclesiali”. In questo è da comprendersi anche la “formazione della classe dirigente (con un’educazione prepolitica e pastorale)”. Conclusioni. In fase di preparazione al Convegno sono emerse alcuni “auspici”: il Convegno “non sia qualcosa di autocelebrativo per le Chiese in Italia, ma un confronto sereno e schietto e nello stesso tempo un’occasione di comunione”. In secondo luogo che “dopo il lavoro compiuto a livello diocesano e regionale non si arrivi al Convegno con soluzioni già fatte”. Infine, un Convegno nazionale “non deve contentarsi di piccoli pensieri, ma deve farsi interprete della dimensione profetica”.
a cura di Simone Pitossi
(20 settembre 2006)