Quotidiani nazionali del 22/10

RASSEGNA STAMPA

Ad un giorno dalla conclusione, le pagine dei giornali italiani archiviano il convegno ecclesiale di Verona, concentrando l’interesse verso il mondo cattolico esclusivamente per la visita di Benedetto XVI alla Pontificia università lateranense e la prossima udienza in Vaticano del capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Domenica 22 ottobre, dunque, si distinguono solo due commenti, oltre ad AVVENIRE, che dedica ancora quattro pagine all’evento, un editoriale e, in copertina, un richiamo al “dopo Verona” con il titolo “I laici italiani e l’ora della responsabilità”. I commenti: “La Chiesa che piace agli atei devoti” (REPUBBLICA) e “Un convegno senza chiavi” (MANIFESTO). L’editoriale di AVVENIRE, a firma di Umberto Folena, se la prende con i “clamorosi depistaggi ieri sui giornali” riguardo alle interpretazioni del discorso conclusivo del card. Ruini. “I titoloni dei maggiori quotidiani hanno fatto dire al card. Camillo Ruini quello che non ha detto, virgolettando frasi inesistenti e suggerendo del convengo ecclesiale un’immagine di pura fantasia”, scrive Folena. Gli esempi portati sono tratti da Corriere della Sera, Repubblica e La Stampa, e riguardano i titoli sulla presunta ammissione, da parte del presidente della Cei, del fallimento dell’unità politica dei cattolici, “frasi mai pronunciate dal cardinale e che su Repubblica, in particolare, non compaiono nemmeno nell’articolo dell’inviato”. Secondo l’editorialista di Avvenire “i quotidiani hanno fatto viaggiare i propri lettori verso stupefacenti universi paralleli”, complice l’aver seguito “come gazzelle, uno spunto Ansa delle 12.58 e poi delle 17.57”.

“Perché tanti titoli tutti uguali, spesso estranei ai servizi degli inviati a Verona?” è la domanda che si pone l’editoriale. L’interpretazione di Folena è che “pochi, ben organizzati giornalisti annidati nelle redazioni hanno in antipatia, per motivi loro, chi si ostina a mettere in agenda i problemi veri degli italiani, le sfide più radicali della nostra epoca, invitando i cittadini al pensiero libero e critico”. Per questo motivo, prosegue il giornalista, “oscurano o taroccano le notizie del mondo ecclesiale, pensando: se tutti diamo la stessa notizia, provino pure a smentirci, il semplice frastuono delle nostre poderose bocche da fuoco, farcite di magazine rutilanti coloratissime inezie, coprirà i loro sussurri”. “Ma questa – conclude – è soltanto fantascienza”. Sul MANIFESTO, Filippo Gentiloni evidenzia che “il convegno ecclesiale di Verona è stato attraversato da una preoccupazione più o meno condivisa: la presenza dei cattolici nel nostro Paese è insufficiente, non è all’altezza delle loro possibilità”. “La fine della Democrazia cristiana – osserva Gentiloni – ha segnato la fine, per la Chiesa cattolica, di una grande possibilità: quella di parlare, da un centro aperto, sicuro e dignitoso, a tutti gli italiani. Oggi non più: oggi o destra o sinistra. Inevitabile la scelta, la preferenza e anche l’esclusione. E chi non vuole né la preferenza, né l’esclusione è necessariamente ridotto quasi al silenzio”. Per una Chiesa che non si voglia schierare secondo questa dinamica bipolare “sarà inevitabile – aggiunge Gentiloni – una certa insignificanza, proprio quel silenzio sulla scena pubblica che il Papa deplora. Un dilemma ben difficile da superare e per il quale lo stesso convegno di Verona non ha fornito le chiavi”. Dalle colonne di REPUBBLICA, invece, Eugenio Scalfari fa riferimento a tutti quei commenti che “hanno messo in grande risalto il diverso atteggiamento di Tettamanzi da un lato e del Papa e Ruini dall’altro, nel giudizio sugli ‘atei devoti'”. Una contrapposizione inesistente, secondo il fondatore di Repubblica. “Benedetto XVI – scrive Scalfari –  ha detto che è importante accogliere quegli uomini di cultura che accettano di comportarsi secondo i dettami del Vangelo anche se non credono nel Dio cristiano”. Mentre l’arcivescovo di Milano non ha detto “il contrario”, bensì “un’altra cosa, molto diversa”.

“Ha detto di preferire i cristiani silenti ai cristiani che si proclamano tali ma non si comportano cristianamente”. Ma “gli atei devoti non si proclamano affatto cristiani. Si proclamano invece laici non credenti, ma sostengono le ragioni ‘politiche’ e anche i messaggi evangelici della Chiesa per volgerli a obiettivi politici che sono loro propri. Quando quei messaggi collimano”. Perciò, conclude Scalfari, “gli atei devoti non sono i cristiani deboli ai quali si indirizzava Tettamanzi, ma conservatori forti che tra i messaggi della Chiesa scelgono quelli che meglio convengano alla politica conservatrice”.

(22 ottobre 2006)