Voglia di comunità

ARTICOLI – INTERVISTE

“Una Chiesa che è voglia di comunità e che, in tale realtà, trova il senso vivo del suo essere una comunione: una comunione di Chiese che con-vengono per dirsi anzitutto – come i discepoli di Emmaus tornati a Gerusalemme – la gioia di avere incontrato il Risorto e, perciò, di avere fatto l’esperienza della missione”. È questo – per il vescovo di Albano mons. Marcello Semeraro, già titolare della cattedra di ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense – il volto della Chiesa italiana che si appresta a celebrare il 4° Convegno ecclesiale nazionale. Mons. Semeraro non ha dubbi sui risultati dell’importante appuntamento ecclesiale: “Ho grande fiducia che questa esperienza, già in atto fin dalla preparazione, porterà frutto dopo la sua celebrazione aiutandoci a essere Chiesa che cammina insieme, cioè sinodale e aperta a tutti, con una Buona Novella sempre attuale da comunicare al mondo. Ciò che sinceramente mi auguro è che dal Convegno di Verona potessimo (intra)vedere il volto missionario delle diocesi italiane in un mondo che cambia”. A mons. Semeraro abbiamo rivolto alcune domande.

Quali i tratti salienti del cammino compiuto dal Convegno di Palermo ad oggi?

“Al Convegno di Palermo la comunità cristiana si è impegnata a guardarsi dentro: a confrontarsi con la Parola e la Tradizione, ad accogliere le sfide e i segni del tempo, a superare tensioni e divisioni, in quello che allora fu indicato come bisogno e cammino di conversione pastorale. Ciò si è concretizzato in attenzioni e scelte da parte della nostra Conferenza episcopale e delle singole diocesi, nel rispetto della tipicità di ogni Chiesa locale, secondo i tempi e i modi opportuni, per non stravolgere l’azione pastorale già in atto. I frutti di un Convegno ecclesiale, come quelli di un Concilio o di un Sinodo, non possono essere raccolti durante la celebrazione dell’evento: per questo occorre del tempo . Questo non è un alibi per chi vuole rimanere fermo sulle proprie convinzioni personali, ma un monito a chi non vuole più sperare nel tempo dello Spirito che continua a guidare la Chiesa. Per il resto, penso si debba riconoscere che molto è cambiato nel volto delle nostre comunità. Vorrei citare qualche elemento: un’attenzione prioritaria alla famiglia e al mondo giovanile; maggiore dedizione alla formazione dei fedeli laici; un ripensamento dell’azione pastorale nella sua globalità; la riscoperta dell’evangelizzazione come prioritaria nell’azione pastorale; la presa a cuore delle nuove povertà e delle sfide socio-culturali emergenti; il tentativo di ri-definizione delle concrete appartenenze ecclesiali, a partire dalla parrocchia e dai nuovi movimenti e associazioni laicali. Non è poco…”.

La Traccia di riflessione in preparazione del Convegno pone l’appuntamento ecclesiale in relazione con il Concilio Vaticano II, i precedenti Convegni, il Giubileo del 2000, gli Orientamenti pastorali del primo decennio… Qual è l’orizzonte che emerge per la Chiesa italiana?

“Fin dall’inizio del pontificato Benedetto XVI ha subito ricordato che col passare degli anni, i Documenti conciliari non hanno perso di attualità; i loro insegnamenti si rivelano anzi particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata . Riguardo alla ricezione del Concilio – se prendiamo come riferimento la recente celebrazione del 40° della sua conclusione – possiamo affermare che, anche se finora è stata parziale, è altrettanto vero che è ancora in atto. Comunque, gli insegnamenti del Concilio sono entrati piano piano nella vita della Chiesa, purtroppo a volte solo a livello istituzionale, senza arrivare alle coscienze; senza tradursi in un reale cambiamento dei metodi pastorali; senza penetrare e diventare cultura. Intanto l’opera di ricezione e di aggiornamento nella Chiesa italiana è portata avanti attraverso Convegni, Sinodi diocesani, Orientamenti pastorali… Il Concilio pastorale, chiamato anche Concilio dei laici, deve arrivare a tutti, coinvolgere tutti nella Chiesa, nella sua missione. Il Convegno di Verona è un evento che, legato ai precedenti, è parte di questo processo di ricezione e di attuazione postconciliare”.

La Prima Lettera di Pietro ha orientato il cammino di preparazione delle diocesi italiane verso il Convegno. Potrebbe indicare alcune chiavi di lettura di questo scritto?

“La Prima Lettera di Pietro mostra con chiarezza che l’aspetto fondativo di un’autentica testimonianza cristiana consiste nell’essere oggi memoria originale e creativa di Cristo. La memoria non dev’essere intesa in modo riduttivo, come operazione mentale che guarda all’indietro. La Prima Lettera di Pietro ci insegna che la peculiarità singolare dell’imitazione cristiana rispetto a ogni altro genere di imitazione sta in questo: è suscitata dallo stesso Cristo risorto, il quale continua a operare nella storia mediante il suo Spirito. La testimonianza cristiana alla quale essa ci esorta è anzitutto una testimonianza complessiva di Gesù Cristo, cioè di un Cristo non amputato nella sua singolarità; essa è una testimonianza coraggiosa e, al tempo stesso, rispettosa ( con dolcezza e rispetto , 3,15); è una testimonianza, inoltre, che ha come soggetto la Chiesa intera. Testimoniare è per la Chiesa questione di essere, più che di fare; è una testimonianza, infine, che ha come destinatario ogni persona che, procedendo quasi a tentoni, è alla ricerca di Dio e della vita eterna in comunione con Lui”.

(10 ottobre 2006)