Nella casa europea

DOPO VERONA

La Chiesa italiana interroga se stessa e rilancia la propria testimonianza. È questo, in buona sostanza, il senso profondo del Convegno ecclesiale di Verona che si è espresso con la grande ricchezza dell’esperienza viva di incontro di popolo e con la fecondità delle riflessioni condivise, nel lungo cammino del Convegno.

Guardando se stessa, la Chiesa italiana si scopre, tra l’altro, proiettata sempre di più in un contesto europeo, coglie con lucidità il sentimento di un destino comune, di un’appartenenza allargata, di una strada condivisa con gli uomini e le donne d’Europa. È un territorio geografico e culturale che provoca i cristiani e la Chiesa italiana. Papa Benedetto XVI lo dice ricordando come l’Italia sia, oggi, “un terreno profondamente bisognoso e al contempo molto favorevole” per un’autentica testimonianza cristiana.

Terreno bisognoso, “perché partecipa di quella cultura che predomina in Occidente e che vorrebbe porsi come universale e autosufficiente, generando un nuovo costume di vita”. Ma anche favorevole perché in Italia la Chiesa è realtà “molto viva”, con una presenza “capillare” tra la gente, perché le tradizioni cristiane sono radicate ed “è in atto un grande sforzo di evangelizzazione e catechesi, rivolto in particolare alle nuove generazioni ma ormai sempre più anche alle famiglie”.

Non solo: in Italia – ha ricordato Benedetto XVI – vi è una sensazione diffusa e formulata anche tra uomini di cultura non appartenenti alla Chiesa circa “la gravità del rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà”. Per questo la Chiesa, cogliendo il momento favorevole e rilanciando la testimonianza cristiana, dando “risposte positive e convincenti alle attese e agli interrogativi” delle persone “renderà un grande servizio” non solo all’Italia “ma anche all’Europa e al mondo”.
La prospettiva europea a Verona è tornata più volte, fino alle conclusioni del cardinale Ruini. Tra l’altro, nella tavola rotonda al termine della terza giornata di Convegno, Andrea Riccardi ha ricordato, senza troppi giri di parole, che oggi “è inevitabile pensare la speranza in termini europei” e che occorre “pensare il Concilio, pensare la fede, sulla scena europea. Bisogna fare i conti con una dimensione di speranza al plurale”.

Uno scenario, quello europeo, nel quale si gioca oggi principalmente la questione delle identità. È questa la posta in gioco. Lo slovacco Jan Figel, commissario Ue per l’istruzione, la formazione, la cultura e il multilinguismo, ha ricordato che se quando si è cominciato a fare l’Europa unita si è partiti dal carbone e dall’acciaio, oggi si è arrivati alla questione delle identità. Siamo in un momento di passaggio cruciale nel quale la cultura gioca un ruolo decisivo: “La cultura può rivitalizzare l’Europa”, ha suggerito Figel. E per il commissario europeo in questa prospettiva l’Italia ha un compito particolare: l’Europa è “una superpotenza di diversità culturali e l’Italia è il centro di questa superpotenza, per la sua storia, per l’eredità culturale e perché ha la densità di popolazione più elevata al mondo”. Nella cultura, poi, “la religione è un fatto centrale”.

Si aprono scenari che chiamano a responsabilità sempre più consapevoli per la Chiesa. La speranza cristiana, la centralità che conferisce alla dignità dell’uomo, rilancia dialogo, incontro, apertura, solidarietà. Sono questi i fili per costruire la trama di un futuro più conviviale.

Alberto Campoleoni

(25 ottobre 2006)