Esperienza che continua (2)

DOPO VERONA

Continua il nostro “viaggio” tra i primi bilanci e suggerimenti delle diocesi italiane su come proseguire l’impegno pastorale sul territorio dopo il Convegno ecclesiale nazionale di Verona.

Un laicato maturo. Il Convegno di Verona “è stata una prima verifica del cammino pastorale compiuto in Italia, a partire dal Grande Giubileo del 2000”, sottolinea mons. Riccardo Fontana, arcivescovo di Spoleto-Norcia e delegato delle diocesi umbre al Convegno: “Il lavoro di preparazione, di oltre un anno, ha visto un coinvolgimento ampio e capillare delle Chiese diocesane. È stata un’operosa adesione in risposta all’esigenza di interrogarsi sul tempo presente, caratterizzato dal rischio e dall’incertezza, nel quale massificazione e individualismo vanno di pari passo. La stessa domanda di senso è indebolita nel frastuono delle non-risposte della cultura prevalente”.

Durante i lavori, annota il presule, “sono state considerate, alla luce del paradosso di Dio che si è fatto uomo, tutte le età della vita attraverso le esperienze fondamentali: l’amore e la solitudine, la libertà e la responsabilità, il bisogno di comunicare e gli ostacoli all’espressione di sé, la forza e la debolezza del corpo e della mente, il far parte di un’ampia comunità e i rischi dell’esclusione e dell’ingiustizia sociale”. Per mons. Fontana, “l’evento della resurrezione, che costituisce e determina la Chiesa, richiede formazione, perché i cattolici sappiano mostrare, in forme visibili di vita, la salvezza cristiana, facendola percepire come credibile. Questi valori si è convenuto che debbano essere tramandati. Nell’ambito della cittadinanza si è ribadito che essere pellegrini o stranieri nel mondo non equivale a essere estranei a esso. Molto spazio è stato dato al confronto, nello sforzo di valorizzare i carismi e le competenze di tutto il popolo di Dio, accogliendo soprattutto il contributo dei fedeli laici”.

L'”unità” cattolica. “Alcuni interpreti del Convegno e più in generale della vita e degli orientamenti della Chiesa italiana, hanno visto o creduto di scorgere due linee che sarebbero tra loro alternative. Nelle riflessioni e discussioni dei gruppi di studio era certamente dato di sentire e percepire punti di vista e accentuazioni diverse. Questo è segno di libertà e franchezza”. A osservarlo è il vescovo di Padova, mons. Antonio Mattiazzo, che prosegue: “Sbagliano quei commentatori che intendono leggere la vita e le tendenze ecclesiali secondo parametri politici e del bipolarismo politico… Questi due elementi e tendenze non sono affatto alternativi e non sono da considerare alla stregua del bipolarismo politico. Esse devono coesistere, anche se a volte in tensione, nel seno della Chiesa e della sua pastorale”. Quanto al tema centrale del discorso del Papa ai 2.700 convegnisti, il presule da notare che “la grave crisi di valori del nostro tempo è del tutto evidente, ma dipende in gran parte dall’aver escluso dalla coscienza il fondamento e la sorgente, che è Dio”.

“Si può anche vivere senza Dio o come se non esistesse affatto”, ammette mons. Gerardo Pierro, arcivescovo primate di Salerno: “È la ricorrente teologia della morte di Dio, in un mondo finalmente adulto. Ma senza Dio i conti non tornano sia per l’uomo, sia per il mondo. Pur rispettosi dell’altrui opinione, non possiamo abdicare al dovere e al diritto di annunciare Cristo”.

Verso una “pastorale integrata”. “La partecipazione al 4° Convegno ecclesiale nazionale di Verona, insieme ai cinque delegati diocesani, ha lasciato in me un senso profondo di serenità in quanto ho potuto ascoltare a viva voce, da persone autorevoli e competenti, l’analisi della situazione attuale con relative indicazioni operative e trovarle in piena sintonia con quanto stiamo cercando di operare in diocesi”. È quanto scrive mons. Pietro Farina, vescovo di Alife-Caiazzo, secondo il quale “è evidente che la sintonia non nasce da particolari nostre intuizioni ma dall’aver ritrovato, per vie diverse, il rinnovamento indicato dal Concilio Vaticano II, che passa attraverso la riaffermazione del primato di Dio e della persona umana”.

È la strada della “pastorale integrata”, ricorda il presule, che “trova nella comunione ecclesiale la sua radice e nella missione la sua ragion d’essere”, in quanto “punta a mettere in rete tutte le molteplici risorse umane, spirituali, pastorali, culturali, professionali non solo delle parrocchie ma di ciascuna realtà ecclesiale e persona credente, al fine della testimonianza e della comunicazione della fede in questa Italia che sta cambiando sotto i ostri occhi”.

Un impegno “robusto”. La speranza “è un impegno robusto, che non ha da spartire niente con la fuga”. A ribadirlo è il vescovo di Adria-Rovigo, mons. Lucio Soravito, che assicura: “Dal momento che Cristo è risorto e ha vinto il male e la morte, nessuno dei nostri onesti impegni è destinato al fallimento; nessuno di essi va perduto, anche se porterà frutto quando e dove Dio vuole e non quando vorremmo noi”.

(02 novembre 2006)