Il passo in più

VERONA CONTINUA

La Nota pastorale dell’episcopato italiano dopo il 4° Convegno ecclesiale nazionale “Rigenerati per una speranza viva. Testimoni del grande sì di Dio all’uomo”, approvata dall’assemblea generale della Cei, a maggio scorso, non vuole prendere il posto degli Orientamenti pastorali per il decennio 2001-2010, “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”: al contrario, spiega al SIR il segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Betori, “è da leggere in coerenza e in continuità con essi”. Importante è cogliere anche “la novità” che la stessa Nota offre alla comunicazione.

Il centro della fede. “È la fede in Cristo Risorto il punto fondamentale” della Nota dopo Verona. Ripercorrendone gli aspetti salienti, mons. Betori sottolinea, innanzitutto, “la natura pastorale del documento” e precisa che “non si può fare una buona pastorale senza fare buona teologia”. Dunque, anche dal punto di vista comunicativo, è bene tener presente “la prospettiva teologica del documento” perché “la fede nel Risorto è qualcosa di molto concreto” tanto che “la forza di trasformazione della realtà nasce dall’affermazione del primato di Dio nella vita dell’uomo”. Il secondo aspetto importante anche per il comunicare è che “l’esperienza di fede è presentata con il linguaggio della testimonianza e la stessa esistenza cristiana deve essere testimoniale”, senza dimenticare che “il cristiano è innanzitutto un discepolo, che appartiene a Cristo e da qui nasce il suo essere testimone”.

Questione antropologica e verità. Il linguaggio della testimonianza è quello della vita quotidiana, vista nei suoi diversi aspetti. “Al Convegno di Verona – spiega mons. Betori – abbiamo individuato cinque ambiti (vita affettiva, lavoro e festa che insieme esprimono il valore del tempo, fragilità, tradizione, cittadinanza) per pensare in modo unitario alla persona”. Questa è una prospettiva che incide anche sul modo di comunicare evitando “il rischio di pensare che l’uomo è misura della fede” e ricordando che “la fede s’incarna nella vita delle persone”. “La questione antropologica – aggiunge – interpella sempre più la nostra pastorale: la crisi del concetto di persona umana, che oggi tocca la cultura e la società, riguarda anche la fede”. Allora, “bisogna pensare una pastorale che si faccia carico delle crisi delle persone anche nella vita di fede”. A tal proposito, mons. Betori ribadisce che fede e cultura si richiamano reciprocamente. Così “il trasferire sul piano pastorale la centralità della persona è un rispondere anche all’appello che nasce dalle istanze dal progetto culturale” che, avviato con il Convegno di Palermo (1995), ha ricevuto nuovo impulso da quello di Verona. E in questo contesto si è inserito il direttorio “Comunicazione e missione” che é “riferimento prezioso e irrinunciabile per chi opera nei media e per chi educa all’uso dei media”.

La sfida educativa. Il segretario generale della Cei pone in evidenza altre emergenze comunicative che si colgono dalla Nota pastorale dopo Verona. La prima è “la riscoperta del quotidiano per far emergere l’eccedenza cristiana nella vita di ogni giorno”. Compito di tutti, ma soprattutto di chi si occupa di comunicazione, è “dare visibilità a questa quotidianità del credente”. Un’altra emergenza riguarda “la questione antropologica che va inserita nella più ampia questione della verità, altrimenti c’è il rischio o di ridurre l’antropologia nei buoni sentimenti o di far scivolare la verità a un livello astratto”. Una delle sfide più impegnative è, poi, quella “educativa”, sulla quale la Chiesa italiana “ha sempre puntato e che seguirà con crescente attenzione. Una sfida che riguarda le famiglie come le parrocchie, gli istituti religiosi come le aggregazioni laicali, le scuole cattoliche, i media, altre istituzioni educative e culturali”. La sfida educativa, come si legge anche nella Nota dopo Verona, “appare quanto mai esigente e urgente, anche alla luce della grave e complessa situazione in cui l’educazione si trova oggi”. E qui anche “la comunicazione viene chiamata in causa”.

Fedeli a Dio e all’uomo. Altro punto fondamentale, evidenziato dalla Nota dell’episcopato italiano, è “la pastorale integrata”. Nella coerenza al Vangelo “occorre più fantasia nel creare forme rispettose della varietà dei soggetti ecclesiali esistenti”. Ma é anche urgente “abbandonare le pretese di partecipazione nella Chiesa che sono debitorie di visioni non ecclesiali” e valorizzare “le straordinarie convergenze delle aggregazioni laicali su temi di grandissimo valore” come è accaduto negli ultimi anni. Mons. Betori richiama al riguardo la natura del cattolicesimo italiano, che è sotto gli occhi di tutti, cioè “la sua dimensione popolare che attesta la capacità di interloquire con la gente, senza badare ai numeri. Il cristianesimo non è mai minoranza nella società finché è capace di dialogare nella verità”. Occorre, però, l’onestà intellettuale di “dire che gli interventi della Chiesa su tutto ciò che concerne l’uomo non rappresentano un’ingerenza, ma sono conseguenza della fedeltà a Dio e all’uomo”. In questo percorso, la responsabilità dei media è evidente anche perchè “comunicare è educare”.

(20 luglio 2007)