La rivoluzione cristiana

AGORÀ DEI GIOVANI

L’invito ai giovani ad andare controcorrente, a non aver paura ad essere diversi, per avere il coraggio di cambiare il mondo. Lo ha rivolto Benedetto XVI ai giovani dell’Agorà, durante la messa del 2 settembre. Parole che hanno conquistato giovani e meno giovani, come sottolinea per il SIR Giuseppe Savagnone, intellettuale ed editorialista di diverse testate cattoliche.

Il coraggio del Papa. “Il Papa ha avuto il grande coraggio di dire ai giovani che il Vangelo è rivoluzionario. Mi riferisco soprattutto all’omelia di domenica 2 settembre, dove emerge con estrema forza questo carattere di profonda novità che il Vangelo presenta rispetto agli stili diffusi della nostra società”. Così Savagnone commenta le parole che Benedetto XVI ha rivolto ai partecipanti all’Agorà dei giovani di Loreto. “Il cristianesimo, per un tragico equivoco – evidenzia Savagnone – viene identificato con una forma di moderazione, di conservatorismo, di perbenismo. Il Santo Padre ha messo in luce con estrema chiarezza che questo è un equivoco. Il Vangelo è rivoluzionario e, preso sul serio, è l’unica vera alternativa agli stili di cui spesso i nostri giovani avvertono l’ipocrisia, l’aridità, la meschinità”. I giovani “sarebbero di per sé protesi al futuro, all’innovazione. Il cuore del giovane è inquieto, cerca cose nuove e belle, non si accontenta degli orizzonti piccoli e mediocri”. Per Savagnone, “il grande dramma è che il cristianesimo viene presentato, talvolta anche dagli stessi cristiani, come il pieno inserimento in questa mediocrità, come la piena rinunzia a ogni vera novità”.

Andare controcorrente. “Il Papa, invece – osserva Savagnone – ha detto con coraggio che questo è un equivoco di fondo e che oggi essere cristiani significa radicalmente contrapporsi a questa mentalità diffusa e instaurare stili nuovi, non in lotta con gli altri, ma per salvarli perché sono proprio gli altri che hanno bisogno di questo stile nuo vo”. Non a caso Benedetto XVI ha invitato i giovani ad “andare controcorrente”… “Anch’io – ammette Savagnone – talvolta sono avvilito di sentire usare spesso la parola difendere: la Chiesa non difende nulla, piuttosto critica, trasforma, propone orizzonti diversi. La parola «difendere» richiama in modo preoccupante la conservazione di quello che è, ma quello che è non va conservato, ma contestato perché viviamo in una società sbagliata”. Inoltre, “la parola «difendere» non è amata dal giovane, che preferisce trovare le cose che ancora non sono. Ebbene, questa è l’essenza del messaggio evangelico. Lo dice San Paolo: il Dio di Gesù Cristo è il Dio che crea le cose che ancora non esistono, è il Dio del futuro, della trasformazione”.

Una “canzone” nuova. Il Papa rappresenta per gli adulti un nuovo modello con cui rapportarsi ai giovani? “Credo di sì – risponde Savagnone – forse, è un modello ancora più significativo, e lo dico con assoluto rispetto, di Papa Wojtyla. Giovanni Paolo II era un grande comunicatore per temperamento, capace di parlare a tutti; in particolare con i giovani trovava un’immediata sintonia dovuta al suo modo di essere”. Perciò, per Savagnone, “è più significativo, in un certo senso, il rapporto con i giovani che ha Benedetto XVI perché non nasce da una dote di temperamento, non avendo una grande capacità comunicativa: malgrado ciò, riesce a comunicare splendidamente perché nel suo caso la comunicazione è tutta affidata alle cose che dice e le cose che dice sono essenziali. Ovviamente, anche quelle del predecessore lo erano, ma in quel caso, come ha detto qualche osservatore, forse a volte contava più il cantante che non la canzone”. Con Benedetto XVI, conclude Savagnone, “è la canzone, detta in modo tale grazie al suo stesso contenuto, che in qualche modo rappresenta per i giovani qualcosa di nuovo”.

Accettare il silenzio. Nelle risposte ai giovani durante la veglia del 1° settembre nella piana d i Montorso si è visto con chiarezza che Benedetto XVI riesce ad andare incontro ai ragazzi, che avvertono, con inquietudine, “il silenzio di Dio”… “Già prendere sul serio, come fa questo Papa, che c’è un silenzio di Dio è un modo di stare vicino agli uomini”, osserva Savagnone. “Benedetto XVI – prosegue – ha mostrato di non dare per scontato che le parole della Chiesa possano sostituire l’esperienza di questo silenzio, anzi, in un certo senso, che la Chiesa deve accettare umilmente che si trova in una società dove il silenzio di Dio è più assordante, più forte delle sue parole”. Ma, aggiunge Savagnone, “proprio a partire da questa umiltà, la Chiesa può parlare con dei giovani che sentono drammaticamente il vuoto di Dio. È bene non dare per scontato che tutto quello che gli uomini dicono oggi è follia, è allontanamento colpevole: c’è un silenzio di Dio. E questo silenzio deve essere preso sul serio, non demonizzato, come a volte, invece, purtroppo accade. La Chiesa – conclude Savagnone – deve essere capace di prendere sul serio questo vuoto, prima di tentare di riempirlo con le sue parole”.

(03 settembre 2007)