Il filo rosso

AGORÀ DEI GIOVANI

Mille strade che convergono e ripartono. L’immagine l’ha usata lo stesso Benedetto XVI, appena giunto a Loreto, per descrivere l’immensa agorà di Montorso, la piazza più grande e più giovane d’Italia. Fulcro spirituale di quest’estate ormai agli sgoccioli, la verde conca adagiata ai piedi del Santuario appartiene ormai alla storia del nostro Paese. Nel 1995 vi si radunarono i figli della nuova Europa, con gli occhi puntati in avanti, oltre l’Adriatico, dove si consumava l’ultima guerra del Novecento per il vecchio continente. Nel 2004 ospitò l’ultimo viaggio di Giovanni Paolo II, pellegrino con l’Azione Cattolica. Ogni anno vi si danno appuntamento i ragazzi delle diverse sponde del Mediterraneo. Diverse generazioni sono passate da qui. Come loro, i giovani dell’Agorà 2007 non si sono fermati a lungo. Giusto il tempo di abbracciare di affetto e di ascolto Benedetto XVI. Lo spazio di una notte di preghiera e confessioni, di dialoghi profondi, di messaggini inviati agli amici rimasti a casa.

Ora questi giovani li troviamo già nelle parrocchie, negli oratori, negli angoli delle nostre città; tra poco li vedremo sui banchi delle scuole e nelle aule universitarie. Nelle nuove agorà del duemila, comprese quelle elettroniche e virtuali. È anche lì che Papa Ratzinger li ha invitati ad andare controcorrente, ad essere coscienza umile e critica, a percorrere le “vie alternative” dell’amore vero. A farsi costruttori di una città – ha proseguito il pontefice – “che contemporaneamente cresce dalla terra e scende dal Cielo, perché si sviluppa nell’incontro e nella collaborazione tra gli uomini e Dio”.

Ecco l’Agorà dei giovani: una piazza aperta al mistero di Dio e affacciata sul mondo. La fede, in effetti, non sopporta a lungo l’oscurità e l’odore di chiuso. Ha bisogno di spazi aperti, di respirare a pieni polmoni, di lasciarsi investire dal sole. Come i ragazzi. Come la Casa di Maria qui a Loreto. Priva della parete di fondo, è metafora di una Chiesa spalancata sulla vita. Non è questo che ha chiesto con forza alla comunità ecclesiale italiana, un anno fa, il Convegno di Verona? Suscitare la speranza che non muore là dove le persone amano, pensano, lavorano, soffrono, fanno festa, organizzano la loro convivenza e progettano il futuro. Non è difficile scorgere un filo rosso tra l’assemblea ecclesiale di Verona e il grande incontro giovanile di Loreto. Una continuità simboleggiata, sul grande palco, dalle immagini del Battistero del capoluogo veneto, e ancor più, nell’omelia a Montorso, dall’accento posto da Benedetto XVI su “quel di Dio all’umanità da cui scaturiscono tutti i della nostra vita”.

Il cammino triennale dell’Agorà dei giovani ne è la prima, felice, traduzione nella pastorale ordinaria delle parrocchie e delle aggregazioni. A Loreto non è mancato nessuno degli ambiti della speranza umana: ci hanno pensato le “fontane di luce”, nella notte di veglia e di confronto, a far riflettere i ragazzi sul dono dell’amore e sui problemi della cittadinanza globale. E se le difficoltà del lavoro e del rapporto tra le generazioni hanno riempito le testimonianze della veglia, i giovani musicisti disabili che hanno animato la liturgia hanno offerto il volto della fragilità umana riscattata dal pregiudizio e dall’occultamento di cui è vittima.

Il dialogo del Papa col popolo di Montorso fa della grande conchiglia marchigiana il capoluogo delle speranze di più generazioni. Un laboratorio di fede e di società. A patto che non restiamo lì a goderceli in tv. Sono loro, adesso, che ci danno appuntamento. In famiglia, in parrocchia, a scuola, nei luoghi del tempo libero e del volontariato. Non possiamo mancare. I giovani non sono un sottoinsieme della Chiesa o della società. Abbiamo visto la loro piazza: c’è il silenzio e l’ascolto, la preghiera e il bene comune, l’arte e il rispetto del creato. Di un’agorà così, forse, abbiamo bisogno più noi di loro.

Ernesto Diaco

(07 settembre 2007)