Settimana Sociale
“Nessuna forma sociale può sopravvivere solo di retaggi o simboli relativi al passato: l’esperienza di 100 anni di storia del mondo cattolico possono aiutare i cattolici di oggi a ritrovare i propri punti di forza da tradurre poi in una presenza più costruttiva sul versante sociale e politico”. A presentare in questi termini al SIR la prossima Settimana Sociale è Franco Garelli, preside della Facoltà di scienze politiche dell’Università di Torino e segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali. A poco più di un mese dall’importante appuntamento ecclesiale che ne celebrerà il centenario – in programma a Pistoia e Pisa, dal 18 al 21 ottobre, sul tema: “Il bene comune oggi: un impegno che viene da lontano” – gli abbiamo rivolto alcune domande. Al centro della Settimana Sociale c’è il tema del “bene comune”: ha ancora un significato questo termine o c’è bisogno di un “nuovo alfabeto”? “Indubbiamente viviamo in una stagione in cui c’è molta politica-spettacolo, molta politica intesa come attenzione alle procedure, più che ai contenuti: di qui l’importanza di richiamare il mondo cattolico all’orizzonte di senso dell’impegno in campo sociale, politico e nei ruoli istituzionali. Far emergere l’attenzione al bene comune, nel caso delle Settimane Sociali, significa anche trovare il filo rosso che lega le oltre 40 Settimane Sociali che si sono svolte negli ultimi 100 anni”. L’edizione del centenario richiama in particolare quella del 1945, su cattolici e Costituente: dopo più di 60 anni, dobbiamo ancora “fare gli italiani”? “Non si può dire che non ci sia stata una tenuta istituzionale nel Paese: in questo senso, non dobbiamo inventarci tutto da capo, anche se la stagione che stiamo vivendo, dopo la crisi della prima Repubblica e le difficoltà a far partire la seconda sui binari giusti, pone la necessità di ripensare le ragioni della convivenza, a partire dall’importanza della politica e della sua capacità decisionale nell’attuale fase storica”. Memoria e responsabilità sono i due binari su cui si muove la Settimana: anche i cattolici devono “rieducarsi” alla politica e alla cittadinanza? Come? “Certamente. I cattolici devono uscire da un atteggiamento diffuso nel Paese, quello della demonizzazione della politica, che considera meglio impegnarsi in ambiti più piccoli, più omogenei e staccati dai ruolo istituzionali. Impegnarsi nel volontariato e nelle opere sociali va bene, ma altrettanto importante è riversare in politica le energie migliori del mondo cattolico, per ridare pari dignità all’impegno politico, rispetto a quello nel volontariato. Una parte del mondo cattolico è un po’ restia a questo compito: bisogna invece uscire da questa logica, e considerare l’impegno nei ruoli sociali e istituzionali come il luogo dell’esercizio della laicità, al suo più alto livello”. Proprio il dibattito sulla “laicità” sembra sempre più aspro, non solo in Italia: l’Europa sempre più pluralistica e multiculturale rischia di mandare in crisi anche il concetto stesso di democrazia? “Già nella scorsa Settimana Sociale, a Bologna, interrogandoci sul tema della democrazia, abbiamo proposto al mondo cattolico di riflettere sulle condizioni della politica: sulla possibilità, cioè, di governare al meglio un Paese in una situazione di pluralismo, che comporta la riduzione del senso di appartenenza alla collettività, la frammentazione, la conflittualità esasperata. In tutti i Paesi europei la laicità è sinonimo di ricerca di equilibrio, tramite uno Stato che cerca di regolare i rapporti con la religione senza privilegiarne alcuna. Di fatto, però, l’attenzione va comunque alla religione prevalente, perché svolge un ruolo di cemento della cultura diffusa, innervandone il tessuto sociale. Avviene così anche in Italia, dove da un lato c’è molta attenzione alla libertà religiosa, con la preoccupazione di dare alle religioni la stessa dignità, se accettano le regole del diritto e della convivenza; dall’altro, all’interno del pluralismo c’è il riconoscimento del ruolo del cattolicesimo, come risorsa per una maggiore coesione sociale. Se non si riconoscono i valori del cristianesimo, è l’intero Paese a farne le spese”. Quali sono, oggi, le “nuove frontiere” dell’educazione alla cittadinanza? “Io credo che serva innanzitutto un’azione dal basso, che i cattolici stanno già facendo da tempo, con l’impegno nel campo dell’educazione e della formazione dei giovani. L’altro settore da potenziare è quello dell’azione nella società multietnica, attraverso la capacità dei cattolici di essere fermi sui valori di cui sono portatori, ma anche di recepire le istanze che provengono da altre culture per trovare motivi di convergenza. Fondamentale, infine, è il ruolo di mediazione culturale che possono svolgere i credenti che operano in politica, in modo da portare avanti battaglie su temi decisivi, come la famiglia, la vita, l’ambiente, le vecchie e nuove povertà”.
(12 settembre 2007)