Settimana Sociale
“Le prospettive della biopolitica” ed “Educare e formare”, “Bene comune nell’era della globalizzazione” e “Stato, mercato e terzo settore”: questi i temi delle quattro sessioni del 19 e 20 ottobre. Il SIR ha chiesto ad alcuni relatori di anticipare in sintesi “il messaggio” dei loro interventi alla Settimana sociale “del centenario”.
Solo diritti soggettivi? Nel clima culturale attualmente dominante, “l’ampliamento dei diritti soggettivi può comportare una degenerazione del concetto di biopolitica, che rischia di svuotare dall’interno l’idea e il ruolo stesso del diritto, ed il suo legame con il bene comune”. È la tesi di fondo di Laura Palazzani, ordinario di filosofia del diritto alla Lumsa, che a Pisa parlerà delle gender theories (teorie di genere, ndr ) e delle trasformazioni che esse comportano nell’ambito della bioetica e del diritto. “Alla base delle gender theories, molto popolari soprattutto in America – spiega l’esperta – c’è l’idea che l’identità sessuale, maschile o femminile, sia una scelta di autodeterminazione dell’individuo. Ciò comporta una trasformazione del concetto di biopolitica, che tende sempre di più a configurare la bioetica come spazio dell’individualismo, in nome del potere sempre crescente attribuito all’autodeterminazione”. Uno degli obiettivi concreti delle teorie di genere è di puntare “alla legittimazione delle coppie omosessuali: scelgo io che tipo di rapporto avere con l’altro, a prescindere dal sesso di appartenenza; compresa la possibilità di avere figli, adottandolo o grazie all’ausilio delle tecniche riproduttive”. Risultato: “una degenerazione del concetto di biopolitica, come amplificazione dello spazio della volontà dell’individuo invece che come politica del bene comune, quale dovrebbe essere nel suo significato autentico”.
“Privatezza” e famiglia. “La questione rappresentata dalle continue aperture di possibilità che la ricerca scientifico-tecnologica comporta in campo biomedico rappresenta forse la sfida principale non solo del presente, ma dei prossimi decenni, per i risvolti che assume riguardo alla condizione umana”. Ne è convinto Marco Cangiotti , docente di filosofia politica all’Università di Urbino, secondo il quale “la biopolitica non deve essere interpretata soltanto come una gestione pubblica delle problematiche che la società ci pone di fronte, ma come una grande deformazione del politico di cui siamo già in parte vittime”. Fino ad oggi, infatti, “la distinzione tra pubblico e privato era chiara”, dove il “privato” era “il luogo della tutela dell’unicità, quindi dell’inviolabilità di ogni essere umano, all’interno del quale c’è una sorta di sacrario dove non era lecito entrare”. Oggi, invece, grazie al primato delle tecnologie “domina la tentazione o la pretesa di definire completamente l’essere umano in termini di homo faber“. Di qui la necessità di recuperare il significato autentico della “privatezza”, riscoprendo la “differenza tra produzione e generazione”. Per sottrarre la “privatezza” alla “caduta soggettivistica”, secondo Cangiotti, occorre partire dalla “privatezza come luogo comunitario, cioè dalla famiglia”.
No al “gioco al ribasso”. “Oggi la questione educativa è diventata pressante, anche se nei fatti resta marginale”. A sostenerlo è Luisa Ribolzi, docente di sociologia dell’educazione all’Università di Genova, secondo la quale “parlare di crisi della scuola significa avere una cartina al tornasole delle difficoltà presenti nella società”, riassumibili “nell’illusione che la scuola sia neutrale e nella tendenza a sostituire a un sistema educativo basato su valori coerenti e condivisi la filosofia della neutralità”. Nasce da qui la tendenza al “gioco al ribasso” in termini educativi, ossia sull’inclinazione a trovare un accordo su un’educazione “di basso profilo” perché “l’unica in grado di non generare conflitti”. La parola chiave, invece, della lunga e ancora attuale tradizione cattolica in campo educativo è “servizio”, inteso come “progetto formativo forte finalizzato al bene comune che giova innanzitutto alle fasce più deboli della popolazione, quelle che hanno meno risorse”. A partire dalla consapevolezza che “l’educazione così intesa non produce steccati, ma anzi ringrazia i legami interni ed esterni al gruppo, svolgendo funzioni sia di consolidamento che di apertura”. “La stabilità di una società non dipende soltanto dal buon funzionamento delle istituzioni, dall’onestà della classe dirigente, dalla capacità di emanare leggi giuste, ma anche dalle virtù civiche dei cittadini”: è il nucleo di fondo dell’intervento di Giorgio Chiosso, ordinario di storia della pedagogia all’Università di Torino, a parere del quale “non basta identificare un nucleo di valori condivisi sul piano della cittadinanza o di comportamenti virtuosi in campo etico se poi non si riesce a metterli in pratica. Ci vogliono, insomma, cittadini “di carattere”, in grado di sostenere i giovani “a farsi una ragione del loro esistere nel mondo e del senso della vita sociale e capaci di perseguirli con determinazione”.
Sussidiarietà e disuguaglianze. “Registriamo una viva preoccupazione, perché oggi il mercato e quindi gli obiettivi ed interessi dell’economia e della finanza sembrano essere divenuti strumenti fuori controllo, addirittura strumenti, interessi ed obiettivi che orientano la politica, piuttosto che – come insegna la dottrina sociale della Chiesa – essere la politica a utilizzare questi strumenti per raggiungere il bene comune”: lo dice Sergio Marelli, direttore generale della Focsiv, che interverrà alla Settimana Sociale nella sessione dedicata a “Stato, mercato e terzo settore”. “La crescita e la maturazione delle organizzazioni della società civile, in particolare negli ultimi anni, oggi ridanno un significato economico e funzionale per potersi far carico delle debolezze, esclusioni ed emarginazioni – aggiunge Marelli – ma soprattutto ridanno un significato etico e un ruolo determinato nel perseguimento del bene comune”. Secondo Marelli, “occorre favorire l’attuazione del principio di sussidiarietà, vivamente sostenuto dalla dottrina sociale della Chiesa”, mentre a livello internazionale siamo di fronte ad “un’economia non ancora equilibrata, che produce diseguaglianze anche gravi su scala planetaria. Gli stati inefficienti, o dirigisti, o corrotti costituiscono altrettanti impedimenti ad instaurare una maggiore giustizia sociale, maggiore equità e più giusta redistribuzione che noi, da cattolici, sappiamo essere uno degli obiettivi fondamentali da perseguire”.
“Puntare ad altro”. “L’idea di bene comune che l’economia moderna e contemporanea ha fatto proprio nasce dalla mutua indifferenza”: è il concetto che Luigino Bruni, docente di economia politica all’Università Milano-Bicocca, pone come presupposto per riflettere sulla triade “Stato, mercato e terzo settore”, sessione alla quale parteciperà durante la Settimana Sociale. “Ciò significa che la moderna teoria economica tende ad affermare che ognuno fa il proprio interesse, cercando di interagire il meno possibile con l’altro e il mercato trasforma gli interessi individuali in bene comune. In sintesi, l’idea di bene comune che ne esce è che l’unico modo per perseguirlo è fare il proprio interesse. Ma noi cattolici possiamo essere contenti di una tale visione del bene comune?”. Secondo Bruni, “ovviamente no”, perché “coglie aspetti veri e nasce da una antropologia che non è quella cristiana, che descrive l’uomo come soggetto a tendenze egoistiche e non come un essere fatto per entrare in rapporto con gli altri”. Secondo il docente, “occorre puntare ad altro, considerato che nessun discorso ha senso senza prendere sul serio la povertà da cui non si esce fino in fondo con la mutua indifferenza”. Bruni indica tre esempi di “economia diversa, orientata al prendersi cura: il commercio equo e solidale, la micro-finanza e finanza etica, l’economia di comunione”. “La mia tesi – conclude – è che dobbiamo rivedere il rapporto tra regola ed eccezione: mentre in economia la regola è il profitto e l’eccezione il no-profit, dovremmo poter ribaltare tale paradigma, non escludendo il profitto, ma facendolo divenire non la molla dell’agire economico, bensì uno dei fini accanto a quelli progettuali, realizzativi, di sviluppo personale dell’imprenditore e sociale di tutte le realtà coinvolte”. Per Bruni, quindi, bisogna “non cadere in un ingenuo ottimismo secondo il quale il capitalismo sia l’unica forma economica in grado di dare risposte valide ai bisogni personali e sociali. In realtà dovremmo iniziare a considerare che l’economia si deve aprire ai concetti di amicizia e di dono, senza idolatrare il solo profitto”.
Il capitale sociale. “Le forme differenziate in cui si esprime il terzo settore generano bene comune, capitale sociale e quindi forme relazionali significative”: lo dice Giovanna Rossi, docente di sociologia della famiglia all’Università Cattolica di Milano, che interverrà alla Settimana Sociale sulle forme emergenti nel terzo settore. “Il capitale sociale – spiega – rappresenta l’unità di misura con cui leggere tre ambiti: quello dell’associazionismo familiare, del volontariato e delle cosiddette federazioni multilevel, cioè le realtà complesse nel cui ambito ci sono varie tipologie di organizzazioni correlate. Il fattore unificante di questa realtà del terzo settore, cui nel nostro Paese corrispondono 22mila enti, secondo i dati Istat, è costituito appunto dal capitale sociale che si manifesta con quattro caratteristiche: un approccio relazionale di rete, la fiducia, la reciprocità e la cooperatività”. Nella situazione odierna – secondo Rossi – “occorre riconoscere il ruolo insostituibile di queste forme di privato sociale nella produzione del bene comune”, considerando che in buona parte “esse derivano da un’ispirazione in consonanza con la dottrina sociale cattolica. Si tratta però di una matrice non confessionale, che si affianca ad altre due: una di tipo più civico e l’altra apertamente mercantile”.
(17 ottobre 2007)