La donna e il dolore

SCIENZA E VITA

Le donne italiane sarebbero “più favorevoli” degli uomini all’eutanasia, soprattutto quando è il malato, senza più speranza, a chiedere coscientemente la “dolce morte”. In questi casi, il 58% delle donne (contro il 48,5% degli uomini) acconsentirebbe a mettere fine alle sofferenze del paziente.

È quanto risulta da una recente indagine, dal titolo “Donne, scienza e società”, illustrata nei giorni scorsi nell’ambito della presentazione dell’Osservatorio nazionale sulla salute della donna. Mentre prosegue sui media il dibattito sull’eutanasia (l’ultimo caso salito agli onori delle cronache è la decisione dell’Olanda di legalizzare il ricorso all’eutanasia pediatrica), abbiamo rivolto alcune domande a Maria Luisa Di Pietro, del Centro di bioetica dell’Università Cattolica di Roma, che mette in guardia dall'”etica della maggioranza” veicolata dai sondaggi d’opinione, in base alla quale “non esistono valori di riferimento assoluti per tutti”.

Una logica, questa, “molto pericolosa” quando “pretende di decidere se una vita valga più o meno di altre, con l’inevitabile conseguenza che alcuni soggetti vanno eliminati” in nome della presunta “dittatura del relativismo” stigmatizzata a più riprese dal Papa.

Ha senso parlare di “differenza di genere”, quando è in gioco l’eutanasia?

“Mi sembra perlomeno strano questo dato al femminile sull’eutanasia, soprattutto se si tiene conto del fatto che per secoli il lavoro di cura relativo alla persona è stato, e continua a essere, appannaggio della donna. Certamente c’è da notare un cambiamento di posizione delle donne: poiché sempre di più tutto ciò che ruota intorno al dolore e alla sofferenza viene scaricato interamente sulle loro spalle, situazioni limite come quelle di un malato terminale possono far paura. Del resto, la richiesta di morire nasce dalla mente del paziente e dei suoi familiari, anche se non sempre arriva a essere verbalizzata, proprio per la paura di rimanere soli e di non farcela più”.

Quanto c’è di “spontaneo” e quanto di “indotto” nella richiesta di morire?

“Di solito, la persona non chiede di morire, perché ciò va contro l’istinto primordiale di tutti noi alla sopravvivenza: quando un paziente in fase terminale chiede qualcosa a noi medici, chiede di star meglio, non di essere aiutato a morire. La richiesta di morire può venire alla luce non perché nasce direttamente dalla coscienza del paziente, ma come soluzione indotta da una serie di circostanze: la paura del dolore e della sofferenza, la paura della solitudine e dell’abbandono, la preoccupazione di non essere di peso agli altri…”.

Qual è, dunque, l’errore sul piano culturale?

“In materia di eutanasia, l’errore nasce quando il dibattito riduce all’assenza di dolore: se non l’accetti, vuol dire che vuoi far soffrire gli altri… In realtà, invece, l’opposto dell’accanimento terapeutico non è assolutamente l’eutanasia: lo spazio tra l’eutanasia e l’accanimento terapeutico è una strada molto larga, in mezzo alla quale ci sono le cure palliative, vera alternativa all’eutanasia. Nessun medico vuole accanirsi sul paziente: nel momento in cui, però, decide di non accanirsi, ciò non significa che deve ucciderlo. Si elimina il dolore accompagnando adeguatamente il paziente alla morte, non sopprimendolo. È la via della pietas, della carità, dell’umanizzazione del dolore, che l’uomo ha percorso da sempre”.

Come i media possono incentivare il ricorso all’eutanasia?

“Costruendo, ad esempio, a tavolino situazioni ben precise per portare il discorso in una cera direzione: ci si chiede davvero se ci troviamo realmente di fronte a una mente organizzatrice che cerca di manipolare il comportamento di tutti, indirizzandolo in un senso piuttosto che in un altro. Si parte dai casi pietosi per affermare un sistema culturale: casi-limite comunicati, per di più, in maniera affrettata anche da un punto di vista scientifico. Un percorso simile a quello utilizzato per aborto e fecondazione artificiale: con la differenza, però, che l’eutanasia chiama in causa la realtà della morte, che accomuna tutti e non solo alcuni. Se si toccano le corde emotive e della paura, si possono ottenere risposte a raggio molto ampio: sull’eutanasia, invece, il confronto dovrebbe essere molto più chiaro e pacato, senza ridurlo a uno slogan politico”.

Quali le responsabilità collettive?

“L’altra radice su cui si cerca di costruire consenso intorno all’eutanasia è una falsa idea di libertà, facendo notare che è la persona che la sceglie. In realtà, la vera libertà si esercita quando la persona è totalmente libera da pressioni esterne: psicologiche o dettate da situazioni contingenti, derivanti dal contesti ambientale, familiare o economico. Barattiamo per libertà da una parte la solitudine di una persona, dall’altra l’indifferenza totale della società che dovrebbe occuparsi del paziente e della sua famiglia. Ad esempio, incentivando la presenza degli hospice, per assistere e accompagnare i malati terminali e i loro familiari”.

(14 febbraio 2006)