L’impronta di Dio

SCIENZA E VITA

“Nell’uomo, in ogni uomo, in qualunque stadio o condizione della sua vita, risplende un riflesso della stessa realtà di Dio”. Un “giudizio morale”, questo, che “vale già agli inizi della vita di un embrione, prima ancora che si sia impiantato nel seno materno, che lo custodirà e nutrirà per nove mesi fino al momento della nascita”.

A lanciare un messaggio sull’amore di Dio per l’uomo, “sconfinato e quasi incomprensibile”, è stato Benedetto XVI, ricevendo in udienza, il 27 febbraio, i partecipanti al Congresso internazionale su “L’embrione umano nella fase del preimpianto”, svoltosi in Vaticano dal 27 al 28 febbraio, in occasione dell’Assemblea generale della Pontificia Accademia per la vita (27 febbraio – 1 marzo). “L’amore di Dio – ha esordito il Santo Padre – non fa differenza fra il neoconcepito ancora nel grembo di sua madre, e il bambino, o il giovane, o l’uomo maturo o l’anziano”, perché “in ognuno di essi vede l’impronta della propria immagine e somiglianza” e “in tutti ravvisa riflesso il volto del suo Figlio Unigenito”.

“Questo amore sconfinato e quasi incomprensibile di Dio per l’uomo – ha proseguito il Santo Padre – rivela fino a che punto la persona umana sia degna di essere amata in se stessa, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione: intelligenza, bellezza, salute, giovinezza, integrità e così via”. “La vita umana è sempre un bene”, ha ribadito il Papa, sottolineando che “il magistero della Chiesa ha costantemente proclamato il carattere sacro e inviolabile di ogni vita umana, dal suo concepimento sino alla sua fine naturale”. L’interrogativo di fondo. “Chiedersi se la discriminazione tra embrioni già impiantati ed embrioni nella fase del pre-impianto ha ragion d’essere”: questo, ha spiegato mons. Elio Sgreccia, presidente della Pontificia Accademia per la vita, l’interrogativo di fondo attorno a cui si articola il Congresso, finalizzato ad una “riflessione biologica, antropologica ed etica” sullo statuto dell’embrione.

“Crediamo di avere ragioni valide per credenti e non credenti”, ha fatto presente mons. Sgreccia, definendo l’iniziativa della Santa Sede “un contributo serio alla verità e un appello alle coscienze, per rafforzare quel principio di umanità che oggi rischia di essere smarrito”. Punto di partenza dell’incontro, ribadire l’attualità della “Donum vitae”, l’istruzione emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede nel 1987, che porta la firma dell’allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio, card. Joseph Ratzinger. “Procedere oltre”. “Al di là dei limiti del metodo sperimentale, là dove non basta più o non è possibile la sola percezione sensoriale né la verifica scientifica, inizia l’avventura della trascendenza, l’impegno del procedere oltre”. Questa la “frontiera” additata dal Papa ai ricercatori e studiosi della vita, cui ha augurato di riuscire “sempre più non solo ad esaminare la realtà oggetto delle vostre fatiche, ma anche a contemplarla in modo tale che, insieme alle vostre scoperte, sorgano pure le domande che portano a scoprire nella bellezza delle creature il riflesso del Creatore”.

Quella dell’embrione, secondo Benedetto XVI, “é una questione estremamente importante oggi, sia per le evidenti ripercussioni sulla riflessione filosofico-antropologica ed etica, sia per le prospettive applicative nell’ambito delle scienze biomediche e giuridiche”. “Abbiamo enormemente migliorato le nostre conoscenze e identificato meglio i limiti della nostra ignoranza”, ma “per l’intelligenza umana sembra sia diventato troppo arduo rendersi conto che, guardando il creato, ci si incontra con l’impronta del Creatore”. “Chi ama la verità”, è invece l’invito del Papa agli studiosi, “dovrebbe percepire che la ricerca su temi così profondi ci pone nella condizione di vedere e anche quasi di toccare la mano di Dio”. “Cultura della morte” e “qualità della vita”. “Il trattamento degli embrioni per fini scientifici è un’altra forma di soppressione della vita”. Lo ha detto il card. Javier Lozano Barragàn, presidente del Pontificio Consiglio per la pastorale della salute, che ha tenuto la prolusione del Congresso. L’embrione, ha affermato l’esponente vaticano, non va trattato “come semplice materiale di sperimentazione”, o come oggetto di “manipolazioni” nell’ambito dell’ingegneria genetica, quando “si procede senza nessun rispetto della vita come tale”.

Ricorso agli anticoncezionali, sterilizzazione, legittimazione dell’aborto, ma anche primato del “figlio unico”: sono queste, per il relatore, alcune forme di “cultura della morte” in voga nella società attuale. Contrastare tale “cultura della morte”, in una “collettività di individui egoisti che cercano solo i propri interessi”: si riassume in questo, per Barragan, la sfida più urgente per i credenti, chiamati a far affermare una “qualità della vita” che nel campo dell’ingegneria genetica deve avere come “fine” quello di “rispettare la vita umana e divina di ciascuna persona”.

(28 febbraio 2006)