Il dovere di proteggere

SCIENZA E VITA

La diagnosi genetica preimpiantatoria (dgp) spesso “non è fatta per curare ma per eliminare gli embrioni malati”. Il grido di allarme è venuto dagli esperti riuniti in questi giorni in Vaticano, per il convegno internazionale su “L’embrione umano nella fase del preimpianto”.

Eugenismo, clonazione umana, bambini “à la carte”, invasività delle nuove tecniche di screening prenatale con conseguenze non ancora del tutto prevedibili per la madre: questi alcuni “rischi” per il futuro dell’embrione su cui si sono soffermati i relatori.

Al centro della tavola rotonda conclusiva, il tema “L’embrione é una persona?”, un’affermazione ribadita con forza – e senza punto interrogativo – in occasione dell’Assemblea generale della Pontificia Accademia della vita, in sintonia con quanto già affermato dal Papa durante l’udienza generale concessa ai partecipanti all’assise vaticana. Diagnosi prenatale ed “eugenismo”. I test genetici prenatali dovrebbero rientrare nell'”area generale della medicina predittiva”, ma in realtà diventano molto spesso strumenti di “selezione” dell’embrione, magari per motivi di “pianificazione familiare” che nascondono vere e proprie “pratiche di eugenetica”.

Kevin Fitzgerald, professore associato di genetica alla Georgetown University di Washington, ha messo l’accento sull'”enfasi” attribuita oggi allo “screening” prenatale, il genetista ha fatto notare che i test “cercano solo di determinare quali embrioni hanno già difetti genetici indesiderabili, ma non si chiedono come prevenire tali difetti”.

Per di più, ha osservato Fitzgerald, l’uso di tali test serve alla “pianificazione familiare” che non mira a prevenire “né difetti, né malattie”, ma è mossa solo “dal desiderio di avere un bambino o una bambina”, quindi all’individuazione della presenza o meno del cromosoma “y”. Di qui il recente allarme della Commissione di bioetica americana, che ha stigmatizzato come “la pratica dello screening prenatale si basa sul principio in base al quale i genitori possono scegliere le qualità dei loro figli, e selezionarle sulla base delle conoscenze genetiche”. No alla “neutralità” della ricerca. Anche tecniche ormai molto diffuse di screening prenatale, come l’amniocentesi, possono essere usate in modo “giusto” o “sbagliato”: “Dobbiamo smettere di pretendere – ha fatto osservare, a questo proposito, Marie-Odile Rethore, membro dell’Istituto nazionale di medicina Jerome Lejeune – che la ricerca sia neutrale e che solo le sue applicazioni possono essere qualificate come buone o cattive”.

A Parigi, ad esempio, 1 bambino su 4 affetto da trisomia 21 viene abbandonato alla nascita; senza contare l’invasività delle tecniche di diagnosi, che nel caso dell’amniocentesi hanno un’alta percentuale di aborti procurati. La diagnosi genetica preimpiantatoria viene usata prima di ricorrere alla fecondazione artificiale, e in molti casi, ha fatto notare l’esperta, “viene proposta come mezzo di selezione fra gli embrioni in modo da scegliere quelli le cui vite corrispondono ai requisiti essenziali per trovare posto nella nostra società”, dove le persone disabili non sono gradite.

La “ricerca di perfezione” nel bambino non nato è dunque ciò che muove le aspettative dei genitori, che nel caso della diagnosi preimpiantatoria porta all’eliminazione di embrioni “sulla base di caratteristiche genetiche”. Il “dovere” di proteggere l’embrione. “Votare a favore di un candidato le cui convinzioni non sono rispettose dell’embrione costituisce una complicità con l’omicidio di quest’embrione, e quindi una grave mancanza di carità”.

Lo ha detto Jean-Marie Le Mené, membro della Pontificia Accademia per la vita, durante la tavola rotonda che ha concluso il convegno. Soffermandosi sul “dovere” di “proteggere per legge l’embrione nella fase preimpiantatoria”, Le Mené ha proposto di “creare, in ogni diocesi, una struttura strategica specializzata nel rispetto della vita, distinta dalla cura pastorale per la famiglia, composta di esperti convinti dell’umanità e della personalità dell’embrione”. L’embrione è persona. “Benché sia impossibile dimostrare empiricamente la presenza personale dal concepimento – ha puntualizzato mons. Willem Jacobs Eijk, vescovo di Groningen (Paesi Bassi) – la riflessione filosofica sullo statuto bio-antropologico dell’embrione umano considera l’umanizzazione indiretta o graduale incongruente con la visione dell’individuo umano come unità sostanziale di spirito e di corpo”.

“Concepire l’embrione come qualcuno che partecipa dal momento del concepimento all’essere personale dell’uomo – ha aggiunto mons. Ignacio Carrasco De Paula, cancelliere della Pontificia Accademia per la vita e docente all’Istituto di bioetica dell’Università Cattolica di Roma – autorizza a dedurre che un tale soggetto debba essere rispettato come persona, cioè in modo incondizionato”.

(02 marzo 2006)