SCIENZA E VITA
L’eutanasia è “un atto lesivo non solo della dignità della persona che muore, ma anche contrario all’etica professionale del medico”. Lo ha detto il genetista Bruno Dallapiccola, presidente dell’associazione “Scienza e vita”, tracciando il 5 dicembre a Roma un bilancio della campagna nazionale “Né accanimento, né eutanasia”, svoltasi in questi giorni in oltre 50 città italiane per iniziativa dell’associazione.
Sulla necessità di un’informazione “accessibile a tutti, scientificamente fondata e veritiera” si è soffermata l’altra presidente di “Scienza e vita”, Maria Luisa Di Pietro, rilevando che spesso il dibattito sull’eutanasia viene “forzato e manipolato”, in un clima culturale “troppo incline a rimuovere la sofferenza e la morte, dimenticando che queste esperienze sono parte integrante della vita di ciascuno”. Durante la conferenza stampa è stato anche presentato il primo quaderno di “Scienza e vita”, che prende il nome dalla campagna nazionale appena conclusa, e contiene contributi di riflessione di esperti e studiosi sul tema; la pubblicazione dell’associazione avrà d’ora in poi cadenza bimestrale, e verrà dedicata ai temi “caldi” di cui si occupa “Scienza e vita”, seguendo l’evoluzione del dibattito pubblico in ambito bioetico.
La vera alternativa. “Le cure normali e palliative sono l’alternativa ad eutanasia e accanimento terapeutico”, perché “si pongono realmente al servizio del malato e delle famiglie”. Lo ha detto Maria Luisa Di Pietro, secondo la quale “non si combatte la sofferenza eliminando il sofferente, ma accompagnandolo adeguatamente”. Le cure palliative, ha aggiunto Marco Maltoni, direttore dell’unità di cure palliative della Usl di Forlì, “rispondono alla preoccupazione di alleviare il dolore, ma anche di essere aiuto in tutti gli aspetti psicologici, sociali ed esistenziali del paziente e delle famiglie. Chi confonde terapia del dolore e cure palliative per i malati terminali con approcci eutanasici – ha puntualizzato l’esperto – manipola i termini della questione allo scopo di far credere che oggi si pratichi già in modo nascosto la cosiddetta dolce morte”. “Saper trovare la cosa giusta da fare nelle diverse situazioni, senza cadere nell’abbandono o nell’accanimento terapeutico”.
Consiste in questo, ha spiegato Giovanni Battista Guizzetti, responsabile delle unità operative per stati vegetativi del Centro “don Orione” di Bergamo, a parere del quale “è davvero sorprendente il tentativo in atto per convincerci che ciò che più temono i malati gravi e i disabili sia l’accanimento terapeutico. Essi invece temono l’abbandono”.
I “rischi” del testamento biologico. “Sostenere che il testamento biologico sia uno strumento finalizzato a evitare l’accanimento terapeutico distoglie l’attenzione dal vero obiettivo, che è quello di estendere la possibilità del dissenso anche verso terapie efficaci e proporzionate”. Ne è convinto Rodolfo Proietti, direttore del Dipartimento emergenza e accettazione del Policlinico Gemelli. “Per evitare l’accanimento terapeutico – ha proseguito il relatore – i medici non hanno bisogno di leggi, devono semplicemente rispettare le indicazioni poste dalla medicina basata su prove di evidenza e rispettare i percorsi assistenziali suggeriti dalle società scientifiche”.
A far presente il rischio pratico di “eutanasia per omissione”, se “l’assistenza sanitaria di base diventa un optional”, è stato Rodolfo Gigli, direttore di neurologia e neurofisiopatologia all’Ospedale S.Maria della Misericordia di Udine. “Il passaggio dall’eutanasia per omissione a quella attiva, magari con un’iniezione letale, sarebbe immediato”, ha ammonito, invitando alla “prudenza” affinché il testamento biologico non diventi “il cavallo di Troia, l’effettiva anticamera all’eutanasia”.
Secondo la legislazione vigente “anticipare anche di un solo giorno la morte di un paziente significa causare la morte”, ha ricordato Gianfranco Iadecola , già sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione, secondo il quale il “maggior problema”, nelle cosiddette dichiarazioni anticipate di trattamento, consiste nel “come verificare, da parte del medico, la persistenza di volontà manifestate in passato”: anche il ricorso al fiduciario sarebbe “ambiguo”, nel caso di una questione che riguarda “diritti indisponibili e personalissimi”.
La “scaletta della vita”. Un invito a “declinare” le politiche di welfare a partire da una sorta di “scaletta della vita”. Si è conclusa così la conferenza stampa di bilancio della campagna nazionale “Né accanimento, né eutanasia”. Se la solidarietà, ha ricordato Edoardo Patriarca citando Giovanni Paolo II, si traduce nella “ferma determinazione a ricercare il bene di tutti”, è “urgente” oggi “declinare anche le politiche sociali a partire da questa prospettiva”, cominciando ad esempio “dall’offrire strumenti perché famiglie e malati abbiano adeguati supporti psicologici”. Tra le “proposte concrete” di “Scienza e vita”, stimolare “politiche di assistenza domiciliare” e garantire “flessibilità alle famiglie che hanno il compito di accompagnare i loro cari”, attraverso la possibilità di accedere a “misure legislative” simili ai congedi familiari.
(06 dicembre 2006)