La ragioni della speranza

IL PAPA NEGLI USA

Due momenti importanti per il dialogo interreligioso ed ecumenico il Papa li ha vissuti, il 18 aprile, a New York, prima recandosi in visita alla Park East Synagogue e poi alla chiesa di St. Joseph, dove sono stati presentati al Santo Padre 15 rappresentanti delle diverse comunità. Ad aprire l’incontro ecumenico il vescovo Dennis J. Sullivan, vicario generale dell’arcidiocesi di New York e incaricato per l’ecumenismo.

Ponti di amicizia. “So bene che la comunità ebraica – ha detto Benedetto XVI, nella sua visita alla sinagoga – ha offerto un valido contributo alla vita della città, e vi incoraggio tutti a continuare a costruire ponti di amicizia con tutti i molti e diversi gruppi etnici e religiosi che vivono vicino a voi”. Il Pontefice ha quindi rivolto “uno speciale saluto di pace alla comunità ebraica degli Stati Uniti e di tutto il mondo, mentre vi preparate a celebrare la festività annuale della Pesah”.

Testimonianza fedele. “La globalizzazione – ha osservato il Papa, nell’incontro ecumenico – ha posto l’umanità tra due estremi”. Da una parte, “il crescente senso di interrelazione e interdipendenza tra i popoli anche quando, parlando in termini geografici e culturali, sono tra loro distanti. Questa nuova situazione offre la possibilità di migliorare il senso della solidarietà globale e della condivisione delle responsabilità per il bene dell’umanità”. D’altra parte, “non si può negare che i rapidi cambiamenti che avvengono nel mondo presentano anch’essi alcuni segni molesti di frammentazione e di ripiegamento nell’individualismo”. Ad esempio, “l’impiego sempre più esteso dell’elettronica nel mondo delle comunicazioni ha paradossalmente comportato un aumento dell’isolamento. Molti, inclusi i giovani, cercano per questa ragione forme più autentiche di comunità”. Non solo: “È anche fonte di grave preoccupazione il diffondersi dell’ideologia secolarista che mina e addirittura rigetta la verità trascendente. La stessa possibilità di una rivelazione divina, e quindi della fede cristiana, è spesso messa in discussione da mode di pensiero ampiamente presenti negli ambienti universitari, nei mass-media e nell’opinione pubblica”. Per questi motivi, ha evidenziato il Santo Padre, “è quanto mai necessaria una fedele testimonianza del Vangelo”.

No ad un approccio relativistico. Insomma, “si chiede ai cristiani di rendere ragione con chiarezza della speranza che è in essi” perché “troppo spesso i non cristiani, che osservano la frammentazione delle comunità cristiane, restano a ragione confusi circa lo stesso messaggio del Vangelo”. In realtà, anche se la forza dell’annuncio di salvezza “non ha perso nulla del suo interiore dinamismo”, ha denunciato Benedetto XVI, “pur tuttavia dobbiamo chiederci se il suo pieno vigore non sia stato attenuato da un approccio relativistico alla dottrina cristiana simile a quello che troviamo nelle ideologie secolarizzate, che, con il sostenere che solo la scienza è ‘oggettiva’, relegano completamente la religione nella sfera soggettiva del sentimento dell’individuo”. Se “le scoperte scientifiche e le loro realizzazioni attraverso l’ingegno umano offrono senza dubbio all’umanità nuove possibilità di miglioramento”, a giudizio del Papa, “questo non significa, tuttavia, che il ‘conoscibile’ sia limitato a ciò che è empiricamente verificabile, né che la religione sia confinata al regno mutevole della ‘esperienza personale'”. Infatti, “l’accettazione di questa erronea linea di pensiero porterebbe i cristiani a concludere che nella presentazione della fede cristiana non è necessario sottolineare la verità oggettiva, perché non si deve che seguire la propria coscienza e scegliere quella comunità che meglio incontra i propri gusti personali”. Il risultato, ha affermato il Pontefice, “è riscontrabile nella continua proliferazione di comunità che sovente evitano strutture istituzionali e minimizzano l’importanza per la vita cristiana del contenuto dottrinale”.

Come i primi cristiani. In effetti, ha precisato il Santo Padre, “anche all’interno del movimento ecumenico i cristiani possono mostrarsi riluttanti ad asserire il ruolo della dottrina per timore che esso possa soltanto esacerbare piuttosto che curare le ferite della divisione. Malgrado ciò, una chiara e convincente testimonianza resa alla salvezza operata per noi in Cristo Gesù deve basarsi sulla nozione di un insegnamento apostolico normativo”, insomma “un insegnamento che davvero sottolinea la parola ispirata di Dio e sostiene la vita sacramentale dei cristiani di oggi”. Infatti, solo “restando saldi” all’insegnamento sicuro “riusciremo – ha concluso Benedetto XVI – a rispondere alle sfide con cui siamo chiamati a confrontarci in un mondo che cambia. Soltanto così daremo una testimonianza ferma alla verità del Vangelo e al suo insegnamento morale. Questo è il messaggio che il mondo si aspetta di sentire da noi. Così come i primi cristiani, abbiamo la responsabilità di dare una testimonianza trasparente delle ‘ragioni della nostra speranza’”.

(19 aprile 2008)