Apostoli delle genti

GMG E ANNO PAOLINO

Da appena due settimane è iniziato per la Chiesa cattolica l’anno dedicato a San Paolo, l’apostolo delle genti. La lunga traversata in aereo, che Benedetto XVI ha compiuto per recarsi ad incontrare i giovani della Gmg, è una traduzione plastica della Chiesa nell’esercizio della sua missione di annunciatrice della bella notizia del Vangelo, potenza di Dio per la salvezza di tutte le genti.
La vicinanza temporale tra le due date c’induce a collegarle dentro l’unico e perenne orizzonte nel quale la Chiesa vive e opera. I pellegrinaggi dei Papi, come quelli di vescovi, missionari, apostoli e testimoni sulla scia dei viaggi di Paolo, infaticabile comunicatore del Vangelo al mondo globale di allora. Come con Paolo, viaggiatore a Gerusalemme, ad Atene, a Corinto, a Roma, nei porti marittimi, nelle piazze, nelle città e persino nel carcere, la Parola, sciolta da ogni catena, continua a percorrere le strade del mondo. Non si arresta di fronte alle distanze, alle barriere e alle incomprensioni. Va nei Paesi dove la Chiesa cattolica è accusata, contestata, derisa e guardata con diffidenza. E non fa solo la difesa di sé, chiedendo scusa per eventuali disordini compiuti da alcuni suoi membri, ma si preoccupa anche degli Anglicani, perché non giungano allo scisma tra loro, delle religioni perché siano pacifiche e unite nella difesa della giustizia e della pace, della difesa della vita umana e dell’ambiente naturale. Benedetto si rivolge soprattutto ai giovani, preoccupato delle loro difficoltà e delusioni, volendoli sostenere nel cammino della vita, di fronte alle crescenti tentazioni del mondo d’oggi.

Il Papa, teologo dotto quanto mai altri lo siano, non usa di preferenza il linguaggio colto e sofisticato, accattivante e ricercate, secondo lo stile usato da San Paolo nel discorso ai filosofi nell’areopago ateniese, ma annuncia senza giri di parole e con franchezza, opportuna e inopportuna, la sapienza nuda della croce della lettera ai Corinzi. Non si tratta, quindi, a nostro avviso, di una delle tante manifestazioni spettacolari o culturali di massa. Ratzinger avrebbe preferito, probabilmente, starsene a Castel Gandolfo e dedicarsi alla elaborazione della prossima enciclica. Ed anche i giovani, che sono andati con grandi sacrifici a Sydney, avrebbero potuto pregare e fare adorazione e meditazione nelle parrocchie dei paesi d’origine con raccoglimento e senza l’aggiunta di ulteriori distrazioni. Per comprendere lo specifico di quest’incontro si deve far riferimento alle ventidue precedenti Gmg che hanno lasciato un segno nella storia della Chiesa cattolica di questi decenni: annunciare e trasmettere il Vangelo alle giovani generazioni, fare una proposta di vita ai giovani di tutto il mondo, e mostrare una visione di Chiesa viva, giovane, aperta al futuro.

In un tempo di crisi di speranza e di ripiegamento delle nazioni sui propri cahier de doléance, che purtroppo si trovano anche nel bagaglio di viaggio del Santo Padre, l’incontro di Sydney non può essere che nel segno della speranza, annunciata nello stesso titolo del messaggio inviato il 4 luglio scorso, che ripropone il tema centrale della Gmg di quest’anno: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni” ( At 1,8). Il mondo, secondo il Papa, ma anche secondo la convinzione generale, ha bisogno di “una nuova effusione dello Spirito Santo”. “È mia ferma convinzione – si legge nel messaggio – che i giovani sono chiamati ad essere strumenti di questo rinnovamento, comunicando ai loro coetanei la gioia che hanno sperimentato nel conoscere e nel seguire Cristo, e condividendo con gli altri l’amore che lo Spirito riversa nei loro cuori, in modo che anch’essi siano colmi di speranza e di gratitudine per tutto il bene che hanno ricevuto da Dio, nostro Padre celeste”. Perché questo divenga possibile bisogna aiutare i giovani a ritrovare le ragioni della speranza, che vengono loro sottratte dalle situazioni culturali e sociali di un mondo che li rende incerti e confusi. Benedetto XVI va diritto al cuore del messaggio di speranza, additando lo Spirito che conduce a Gesù Cristo. Usa persino una frase che sembra accattivante ed ingenua. Ad una gioventù smaliziata e disincantata cita un detto attribuito a S. Agostino: “Se vuoi rimanere giovane, cerca Cristo”.

Benedetto XVI, come già Giovanni Paolo II è mosso dalla stessa spinta missionaria realizzata in forme nuove, verso le generazioni nuove, nel mondo che cambia. Si attarda a spiegare, se ce ne fosse bisogno – e ce n’è, data la concreta vita dei cristiani che smentisce spesso il Vangelo – che in Lui si trovano le risposte agli interrogativi esistenziali, ma anche le mete cui tendere, per le quali vale veramente la pena di vivere e soprattutto “la forza per continuare il cammino con cui far nascere un mondo migliore”.
L’augurio del Papa, e nostro, è che l’Australia divenga ancora di più dopo questo evento, la grande “terra meridionale dello Spirito Santo”, in modo che da lì i giovani ripartano con la gioia nel cuore, pronti a rendere ragione della speranza che è in loro, ai coetanei sparsi in tutte le nazioni della terra.

Elio Bromuri

(15 luglio 2008)