GMG 2008
A tre anni e mezzo dallo tsunami (26 dicembre 2004) che ha colpito il sud-est asiatico, nelle isole Andamane e Nicobare, in India, 10.000 famiglie non hanno ancora una casa e continuano a vivere nelle capanne provvisorie. Lo denuncia al SIR mons. Alex Das Neves Dias, vescovo di Port Blair (capitale delle Andamane), da 24 anni alla guida di 40.000 cattolici (su 400.000 in maggioranza induisti, e un altro 10% di cristiani di altre confessioni) in una diocesi forse unica al mondo, lunga da nord a sud 800 km di mare e isole, circa 572, di cui solo una trentina abitate. Per fare le visite pastorali, mons. Dias trascorre gran parte del suo tempo su vecchie e lente navi che collegano le isole, ubicate nella Baia del Bengala, a 1.300 km dalla terraferma indiana. Le Andamane e Nicobare sono considerate “Union territory”, ossia dipendono direttamente dal governo centrale indiano (a differenza degli altri Stati federali). “Durante lo tsunami sono morte 20.000-25.000 solo nelle isole Nicobare – racconta mons. Dias -. Da noi solo 3 persone, ma era tutto immerso nell’acqua”. Caritas italiana è intervenuta con un programma di 1 milione e 400.000 euro, a buon punto ma non ancora ultimato.
A che punto è la ricostruzione post-tsunami?
“Come Chiese e organizzazioni della società civile abbiamo fatto tanto. Però la maggior parte del lavoro spetta al governo. Purtroppo procede a rilento. Hanno scelto un tipo di case difficili da costruire. La gente colpita dallo tsunami abita ancora nelle capanne provvisorie perché le case definitive non sono ancora pronte. Ma ne servono almeno 10.000. Noi ne costruiamo circa 300 con l’aiuto della Caritas. Subito dopo lo tsunami abbiamo costruito 800 capanne provvisorie e fatto il possibile per aiutare le persone che avevano perso tutto, casa e lavoro. Abbiamo anche 370 gruppi di auto-aiuto, la maggioranza sono donne che lavorano insieme e hanno imparato ad essere interlocutori dei leader anche in campo politico e sociale. In diocesi avevamo poco lavoro sociale. In tre anni e mezzo, è successo tanto”.
È vero che alcune tribù indigene delle Andamane e Nicobare (tra cui Jarawa, Onge, Sentinelesi) si sono salvati per aver ascoltato i segnali della natura? Ora come vivono?
“È vero che con lo tsunami nessuno di loro è morto perché hanno ascoltato i segnali della natura. Non ho mai visto i Jarawa perché non escono dalla giungla. Sono circa 400 in due isole. Quando facciamo le visite pastorali in quelle zone siamo sempre accompagnati da un poliziotto perché la legge proibisce qualsiasi contatto con gli indigeni. Non hanno cibo a sufficienza. Prima mangiavano solo carne di maiale selvatico, pesce e miele. Ora ne trovano meno, allora il governo li aiuta dando loro del riso. Se ci dessero la possibilità di aiutarli potremmo farlo ma non ce lo permetteranno mai per paura di possibili conversioni. Eppure sanno molto bene che non facciamo conversioni e aiutiamo solo le persone ad uscire dalla povertà. Ora i Jarawa sono diventati più amichevoli perché quando li trovano feriti nelle giungle li portano a curare negli ospedali. Ma i Sentinelesi continuano ad essere molto ostili, potrebbero uccidere con le frecce”.
Qual è il problema sociale più urgente alle Andamane?
“Non siamo molto poveri ma in futuro potrebbero arrivare i problemi, soprattutto per la mancanza di lavoro e di opportunità. Abbiamo tante foreste che appartengono al governo indiano e a privati. Se le cose fossero fatte bene tanta gente potrebbe lavorare. Purtroppo tagliano gli alberi e non li piantano di nuovo, c’è tanto sfruttamento e lavoro nero. Ora la Corte suprema ha ordinato di non toccare gli alberi, questo significa che mancheranno posti di lavoro. Credo che il governo abbia fatto bene a vietare i disboscamenti, però dovrebbe prevedere anche la possibilità di sfruttare meglio il legname, come avviene in America: tagliano un albero, ne piantano tre. Invece da noi le terre rimangono inutilizzate”.
Com’è la vita di un vescovo in una diocesi grande come un arcipelago di 572 isole?
“Guardo verso il cielo passando le giornate sulla nave. Vivo spesso sulle navi, che sono vecchie, lente, e non regolari con gli orari. Quando vado sulle isole per le visite pastorali spesso non c’è la nave per il ritorno, per cui rimango lì più giorni del previsto. Le distanze sono enormi: da Port Blair alle isole del Sud, Great Nicobare, ci vogliono quasi 4 giorni di nave. L’isola più vicina, Little Andamane, è a 8-9 ore da Port Blair”.
Anche 5 giovani della sua diocesi sono ora alla Gmg di Sidney, insieme ai 510 delegati indiani. Cosa significa per voi questa partecipazione?
“Per i nostri giovani vedere il Papa è un sogno molto raro. È la prima volta che partecipano ad una Gmg, ed è stato possibile grazie a finanziamenti da amici australiani. Per noi rappresenta l’unione con la gioventù cattolica di tutto il mondo ma anche con i giovani dell’India perché abbiamo poche occasioni di stare con gli indiani. Avranno tanto da raccontare al ritorno. Sono stati mandati proprio perché condividano ciò che hanno vissuto lì. È una esperienza che sicuramente ci arricchirà”.
(16 luglio 2008)