ANNO PAOLINO
Duemila candeline. Il problema non è stabilire l’esattezza della data di nascita di San Paolo, certamente simbolica. Piuttosto, si tratta di capire fino a che punto l’anno giubilare aperto sabato scorso contribuisca a ridefinire la nostra carta d’identità. Ripercorrendo le tappe della sua vita siamo aiutati a capire dov’è giunta la nostra.
Il primo Paolo è il fariseo che si vanta della sua tradizione, uomo della Legge, irreprensibile, zelante, perfino violento nel difendere la sua verità, un persecutore di chi poteva attentare alle sue certezze. Al riguardo un giorno arriverà a dire: “Ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura” (Fil 3,8).
Chiamiamo conversione la sua caduta da cavallo. Dovremmo però ricordare che l’impatto con la terra non genera luce, ma cecità, disorientamento, tenebre (At 9,8).
Prima di essere il grande missionario, Paolo è l’emarginato che vive anni di travaglio interiore e di solitudine per la sfiducia che respira dalla comunità. L’esperienza di essere ritenuti inaffidabili e di non essere valorizzati è fonte di depressione o di risentimento (quanta gente amareggiata anche nella Chiesa!). D’altro canto, forse proprio quegli anni di deserto – spirituale, oltre che geografico – dicono che l’esperienza cristiana richiede i suoi tempi per integrarsi con la personalità e non risolversi in un cambio di bandiera. Anche l’aridità di certi momenti insegna che le cose passano, che il proprio successo personale è relativo, che quello che si è e si fa, trova senso, significato e bellezza secondo altri criteri.
Paolo è l’uomo che ha saputo stare sulla piazza del suo tempo. Ha compreso che lo Spirito del Signore agisce anche al di fuori del perimetro della Chiesa, perché Qualcuno “ha abbattuto il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia” (Ef 2,14).
È il costruttore di comunità, con le quali mantiene fedeltà di rapporto: le visita ogni volta che può, rivolge loro le sue lettere, non esita ad intervenire, misurandosi con i problemi concreti che le travagliano e che sono motivo di divisione. Non adula, ma richiama ad unità. Forse è una lezione anche per noi poter afferrare che prima di essere “di Paolo, di Apollo o di Cefa” (1Cor 1,12) – prima di essere cattolici, protestanti o ortodossi – siamo “semplicemente” cristiani.
Paolo è il credente animato da una fede lontana da astrattezza e intimismo, ma coraggiosa, concreta, capace di mettere in conto la sofferenza. Sabato sera, in San Paolo fuori le mura, Benedetto XVI ricordava: “Là dove non c’è niente per cui valga la pena di soffrire, anche la stessa vita perde il suo valore”.
Il segreto di Paolo sta nella consapevolezza della propria povertà – “C’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo” (Rom 7,18) – che non si fa però disperazione perché trova altrove il suo baricentro: “Per me il vivere è Cristo” (Fil 1,21). Questo è il primato da riscoprire e annunciare. Perché il punto non è l’accettazione di precetti morali, ma dello scandalo della croce, che rimane “scandalo e stoltezza” (1 Cor 1,25) agli occhi del mondo. Eppure, “se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi amore…” (1Cor 13,1).
Paolo è l’uomo che può congedarsi dicendo: “Voi sapete come mi sono comportato tra voi fin dal primo giorno” (At 20,18). Potessero dire anche di noi, al termine della vita, che più delle parole ha lasciato il segno ciò che siamo stati…
Ivan Maffeis – direttore “Vita Trentina” (Trento)
(03 luglio 2008)