Il vero ascolto

ANNO PAOLINO

“La storia dell’Europa sarebbe stata diversa senza la missione evangelizzatrice di Paolo nel mondo greco-romano”. Ne è convinto don Rinaldo Fabris, presidente dell’Associazione biblica italiana (Abi), tra i relatori della Settimana biblica di Crotone, promossa in questi giorni dall’Ufficio catechistico nazionale e dal Settore di apostolato biblico della Cei, sul tema “Paolo: una strategia di annuncio. Identikit di una comunicazione d’impatto”. La Settimana s’inserisce tra le manifestazioni della Cei dedicate all’Anno Paolino. “In una trentina di anni – ha proseguito il relatore – l’apostolo percorre oltre 15.000 chilometri, per portare il Vangelo nei grandi centri urbani delle Regioni orientali dell’impero romano e sogna di raggiungere gli estremi confini dell’Occidente”. Nell’intestazione della Lettera ai Romani, Paolo si presenta come “schiavo di Gesù Cristo, chiamato ad essere apostolo, scelto per proclamare il Vangelo di Dio”. Per Fabris, dunque, “la radicale gratuità della salvezza, proposta nel Vangelo, sta all’origine della sua universalità. Il Vangelo di Gesù Cristo, il crocifisso risuscitato da Dio, fonda anche il metodo di comunicazione di Paolo, solidale con la condizione di vita dei destinatari del Vangelo. L’efficacia della comunicazione di Paolo non dipende da un metodo «retorico», ma dalla qualità dei rapporti definiti dalla libertà di amare”.

Comunicatore in ascolto. “La formazione umana, spirituale e culturale di Paolo di Tarso – ha fatto notare don Pasquale Giordano, del Seminario maggiore di Potenza – fa di lui un uomo cosmopolita”. Se si analizzano infatti le fonti neotestamentarie che si riferiscono all’Apostolo delle genti, gli Atti degli Apostoli e l’epistolario autentico, secondo il relatore si nota come “lo sforzo di gettare ponti comunicativi presupponga la base dell’ascolto implicito di quella cultura giudaica e greco-romana di cui Paolo stesso si era imbevuto nell’età della giovinezza”. Subito dopo l’esperienza mistica sulla via di Damasco, Paolo “si è messo in ascolto della Chiesa, che lo ha accolto e lo ha guidato a una conoscenza più profonda di Cristo”, e proprio dalla Chiesa “ha attinto il patrimonio delle espressioni in cui era condensata la fede delle comunità apostoliche”. L’ascolto, ha aggiunto don Giuseppe Mazza, della Pontificia Università Gregoriana, “è da sempre, parte integrante del processo comunicativo: il vero gesto comunicativo è gesto di ascolto, il vero ascolto è quello che è insieme anche un comunicare”. La lezione di Paolo, ripresa poi dall’insegnamento conciliare, è quella del “comunicare in ascolto come via maestra per sviluppare una strategia di annuncio che sia anche ministero di accoglienza, di consegna e di reciprocità”.

Al centro dell’identità cristiana. “L’azione, la predicazione e le lettere di Paolo pongono al centro dell’identità cristiana un grande principio, quello del «Cristo in noi», il che rappresenta una vera e propria rivoluzione spirituale, morale e apostolica nelle religiosità delle origini”. A sottolinearlo è stato don Giacomo Perego, della Società di San Paolo, aggiungendo che per l’Apostolo delle genti “il credente è il luogo in cui Cristo prende forma e cresce”. “Vero impegno del cristiano”, in prospettiva, è “lasciare che il Cristo cresca in sé, portando a maturazione i tratti unici della personalità dei singoli in modo che tutto diventi comunicazione vivente del Risorto: parole, azioni, orizzonti, progetti”. Così Paolo “pone le fondamenta perché la spiritualità cristiana non sia solo una spiritualità dell’imitazione, ma anche una spiritualità della conformazione. Nella prima il protagonista è l’io, la norma è la legge e la virtù di fondo è lo sforzo costante del singolo; nella spiritualità della conformazione, invece, il soggetto è lo Spirito Santo che plasma il Cristo nel credente; la norma è il riconoscimento della Grazia che sempre precede; la virtù di fondo è la disponibilità a lasciare che il Cristo prenda forma nella propria esperienza di vita”.

No all'”autoreferenzialità”. “Autoreferenzialità” e “indeterminatezza”. Sono questi, per Maria Vittoria Gatti, responsabile della comunicazione della Fondazione Ambrosianeum, i principali “nemici della verità”, nell’odierno circuito della comunicazione. Spesso “nascosti”, entrambi questi requisiti “affondano le loro radici in una continua semplificazione della realtà, che dovrebbe avvenire a beneficio della comunicazione ma diventa, invece, il suo peggior nemico, proprio perché attua in maniera sistematica uno svuotamento della realtà”. Nella visione paolina, invece, gli antidoti a questa tendenza sono “testimonianza” e “partecipazione”. Cosa c’entra il “modello dell’annuncio paolino” con le moderne redazioni giornalistiche? Ha provato a rispondere Carlo De Blasio, caporedattore di RaiNews 24, soffermandosi soprattutto sulla questione dei rapporti umani che sussistono in una redazione giornalistica, con particolare riguardo al concetto stesso di “redazione” e a quelli di “team”, di “gruppo di lavoro”, di “comunità giornalistica”. Nella concezione di San Paolo, che si rivolge a “specifiche comunità” e cerca di “conformarsi ad esse”, la comunità “giornalistica” è “protagonista di una comunicazione che orienta il proprio dinamismo operativo verso una più grande comunità da servire: il mondo”.

(11 luglio 2008)