ANNO PAOLINO
Le lettere di san Paolo “sono una ricchezza enorme per tutte le Chiese e possiamo ritrovarvi le nostre radici comuni”. Parola del card. Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, che – incontrato dal settimanale della diocesi di Trento (“Vita Trentina”) – ripercorre lo stato dei rapporti con le altre Confessioni pensando all'”Apostolo delle genti”, di cui quest’anno ricorre il bimillenario della nascita.
Cosa può insegnarci l’Apostolo che da Gerusalemme è giunto a Roma?
“Paolo, che era di casa nel mondo ebraico come in quello greco, ci ricorda l’importanza di recuperare un rapporto fecondo fra le culture. Senza questo scambio sarà la crisi. Alla scuola di San Paolo possiamo imparare come comportarci per evitare lo scontro. Come cristiani abbiamo alle spalle una storia molto travagliata con il giudaismo: Gesù era ebreo, come ebrea era sua Madre e così gli apostoli… ma noi abbiamo dovuto attendere il Concilio Vaticano II per riscoprire queste nostre radici”.
Paolo era di Tarso. Quale parola per i cristiani che vivono fra i musulmani?
“L’islam non è il giudaismo: se quest’ultimo appartiene alle radici del cristianesimo, il primo è una religione post-cristiana… Il rapporto con i musulmani è stato una sfida lungo tutta la storia dell’Europa: oggi si pone in una maniera nuova, dove a far problema è già la loro impossibilità a distinguere tra religione e cultura. Eppure, con i musulmani moderati dobbiamo aprire un dialogo, altrimenti sarà la guerra”.
Cosa la preoccupa maggiormente?
“I musulmani fanatici, che strumentalizzano la religione per scopi politici. Dobbiamo saper mantenere la nostra identità, ma d’altra parte essere anche aperti ed accoglienti. Siamo per la libertà religiosa, quindi riconosciamo il diritto anche ai musulmani di praticare: chiediamo, però, che imparino la tolleranza e il rispetto per un’altra cultura e anche un’altra religione”.
Che spazi intravede?
“Sarà una strada molto, molto lunga. Del resto anche noi abbiamo avuto bisogno di un lungo periodo per imparare cos’è la libertà religiosa: soltanto il Concilio ci ha chiarito questo punto”.
Torniamo a Paolo: prima della conversione era un rigido fariseo, convinto che l’osservanza della legge sia ciò che salva…
“L’incontro con il Cristo sulla via Damasco ha cambiato tutta la sua vita e anche il suo pensiero. Nel nostro contesto abbiamo bisogno di persone che hanno incontrato il Signore e ne danno testimonianza, riconoscendolo via, verità e vita”.
La riscoperta del primato della grazia è un aiuto al dialogo con il mondo protestante?
“Quest’aspetto è decisivo per l’incontro con i protestanti. Già nel 1999, comunque, abbiamo firmato una Dichiarazione comune sulla giustificazione e oggi possiamo dire che nei fondamenti siamo riconciliati”.
Intervenendo sulla posizione anglicana riguardo all’ordinazione delle donne e alla visione della sessualità, lei ha detto che è stato fatto un passo indietro…
“Con l’anglicanesimo abbiamo nutrito molte aspettative e speranze: ora, invece, siamo preoccupati. E non si vede come sarà il futuro: alcuni si faranno cattolici, altri sono indecisi e non sanno come muoversi… Siamo davanti ad una situazione molto drammatica”.
Che idea di fondo si porta via da questa situazione?
“Il nostro criterio deve essere il Vangelo: la via mediana cercata dall’anglicanesimo non è possibile. E qui sta il suo dramma”.
Forse esprime anche un tentativo di venire incontro al mondo?
“Dobbiamo incontrare il mondo e camminare insieme, ma il dialogo presuppone partner che abbiano una loro identità… Alcune frazioni degli anglicani sono andate troppo lontane”.
Se la croce continua ad essere “scandalo”, come denuncia San Paolo, che possibilità rimane di raggiungere l’uomo del nostro tempo?
“Oggi non c’è spazio per un’identità arroccata, bensì per una che sia chiara e insieme aperta verso l’altro. Soltanto quest’ultima può imparare dall’altro, mentre contribuisce alla sua crescita, in un dialogo che – come ha detto Giovanni Paolo II – non è scambio soltanto di idee, ma anche di toni”.
Non le sembra che alla base di certe nostre chiusure ci sia la perdita dell’orizzonte ampio del Regno di Dio?
“Sì, è vero. Il problema centrale nel nostro mondo secolarizzato è quello di Dio, la fede in lui. La stessa dottrina ufficiale forse parla soprattutto di problemi che sono importanti, ma pure marginali. Dobbiamo tornare al fondo, ossia al rapporto personale con Dio, un Dio vivente, che è importante per la vita, non solo privata, ma anche pubblica”.
Perché si insiste più sulla Chiesa che sul Regno?
“Pur restando una differenza, non c’è contraddizione tra le due realtà: la Chiesa è una certa anticipazione del Regno di Dio, chiamata a testimoniarlo e anche a realizzarlo, per quanto possibile. Certo, parlare soltanto della Chiesa per i nostri contemporanei non è molto comprensibile: la vedono come un’istituzione… La Chiesa diventa convincente non in quanto parla di se stessa, ma di Dio e di Gesù Cristo”.
(17 settembre 2008)