La strada della libertà

ANNO PAOLINO

Da persecutore a “intrepido testimone e araldo della Parola di Dio”, come lo ha definito il Papa il 5 ottobre, nell’omelia della Messa di apertura del Sinodo dei vescovi. La “folgorazione sulla via di Damasco” è certamente uno degli episodi più noti della vita di San Paolo; oggetto di una ricchissima iconografia è anche al centro della mostra “Sulla via di Damasco. L’inizio di una vita nuova” che, promossa dal Servizio Cei per il progetto culturale e dalla società editrice Itaca, è stata inaugurata il 3 ottobre nella Basilica di San Paolo fuori le mura. “La svolta della vita” di Paolo, ha sottolineato Benedetto XVI in una delle sue recenti catechesi sull’Apostolo delle genti, “venne dall’esterno: non fu il frutto del suo pensiero, ma dell’incontro con Cristo”. Del significato della conversione di San Paolo abbiamo parlato con mons. Rinaldo Fabris, presidente dell’Associazione biblica italiana (Abi), che il prossimo 24 novembre parteciperà ad uno dei “Cinque Incontri sulle Lettere Paoline” organizzati a Roma, nella Basilica ostiense, in occasione dell’Anno dedicato all’Apostolo.

Come nasce la conversione di San Paolo?
“Ogni conversione nasce da una gratuita ed efficace iniziativa di Dio. Paolo stesso ne offre la definizione più appropriata descrivendosi chiamato dalla grazia di Dio e conquistato da Cristo. È importante chiarire che in questa iniziativa divina la predisposizione della persona non ha un ruolo importante. L’azione di Dio, che scardina la precedente visione della vita di Saulo, non è preparata da una crisi di tipo psicologico o esistenziale: gli autori illuministi dei nostri giorni, eredi dello scientismo ottocentesco, parlano di un trauma psichico, talvolta di patologia, nell’intento di spiegare razionalmente un processo che sfugge a parametri umani perché ha a che fare esclusivamente con l’agire di Dio”.

Un “incontro” che gli apre il cuore e lo rende capace di parlare indistintamente ad ogni uomo…
“Il linguaggio di Paolo, la sua capacità di dialogo con i pagani, il saper tradurre il Vangelo nella cultura dei popoli viene descritto dall’Apostolo con la definizione paradossale ‘sono libero da tutti perciò sono diventato schiavo di tutti… ebreo con gli ebrei e greco con i greci’. La logica che presiede alla sua metodologia dell’annuncio è quella dell’immersione/condivisione, cioè quella dell’incarnazione. È Dio che entra nella nostra umanità, fino alla morte in croce. Per questo nell’annuncio di Paolo non vi è spazio per sconti o tatticismi di sorta: il suo farsi tutto a tutti, senza distinzioni, è lo statuto stesso del Vangelo”.

Da qui discende anche la libertà interiore di cui godeva e che talvolta gli causò delle incomprensioni?
“Sì: è la libertà cristiana che non favorisce affatto il libertinaggio o l’anarchia dei quali fu talvolta accusato, ma incoraggia a vivere senza affidare il proprio destino all’osservanza dei rituali, bensì alla fede in Cristo che libera dal passato. Una libertà che prevede una prima fase negativa – spezzare i vincoli (della morte e del peccato) – cui segue una libertà «in positivo» che si realizza nella chiamata al servizio e si attua nella carità. Di qui la responsabilità verso gli altri, ma la radice è sempre la stessa: proprio perché intimamente legato a Cristo, Paolo può divenire servo di tutti in una prospettiva di libertà che arriva fino al dono della propria vita. Libertà è rinuncia a sé, un altro grande insegnamento dell’Apostolo di fronte all’individualismo e all’edonismo della nostra società”.

Oggi qualcuno tende, in modo riduttivo, ad equiparare il cristianesimo ad una filosofia o a una morale…
“È vero, ma anche qui occorre rifarsi alla lezione di Paolo che definisce il Vangelo «la potenza di Dio per la salvezza»; non dunque un sistema di dottrine né tantomeno di principi morali o un insieme di valori. L’idea di Dio creatore e giudice era già presente nelle culture greca ed ebraica. La novità è la potenza di Dio, l’amore che si rivela in Gesù crocifisso e che Paolo definisce «la vera sapienza». Sapienza che non obbedisce ai criteri della logica del mondo: è la sapienza dell’amore che nasce dalla logica della croce. In tal senso il cristianesimo non è paragonabile a nessun sistema filosofico o etico, anche se implica una visione del mondo e una serie di comportamenti coerenti con la scelta di fede. Ecco perché la Chiesa non può esimersi dall’offrire orientamenti e concrete indicazioni al riguardo”.

Il 5 ottobre ha preso il via l’iniziativa “Bibbia giorno e notte”: questa lettura “popolare” potrà contribuire ad accostare la gente comune agli scritti di Paolo che talvolta appaiono di difficile intelligenza?
“Credo di sì. Leggere la Bibbia in maniera pubblica e continuativa conferisce prestigio a questo testo sacro – importante non solo per la liturgia cristiana, ma che deve essere incarnato nella quotidianità – e può favorire una migliore comprensione di San Paolo che pur essendo un «gigante della fede» non gode della popolarità di altri santi. Senza l’Antico Testamento – che egli chiama Legge dei profeti o Torah – è impossibile capirlo giacché tutto ciò che scrive è radicato nella grande tradizione ebraica, radice che non ha mai rinnegato pur nella convinzione che sia Cristo a portare a compimento la legge. Questa sorta di «alfabetizzazione biblica» può costituire la migliore «introduzione» all’epistolario paolino”.

(08 ottobre 2008)