Una benedizione per tutti

TERRA SANTA

“Il prossimo viaggio apostolico di Benedetto XVI sarà una benedizione per tutto Israele, in ogni sua componente, ebraica, cristiana e musulmana”. Più che una speranza è la convinzione che si percepisce parlando con alcuni rappresentanti dei tanti istituti e congregazioni religiose presenti in Terra Santa. Dopo le visite di Paolo VI nel 1964 e di Giovanni Paolo II nel 2000, quella di Benedetto XVI è la terza di un Pontefice nella terra di Gesù. È dunque naturale che si ammanti di auspici e aspettative di pace, di dialogo e di rispetto che parallelamente non fanno altro che evidenziare le tante divisioni, i contrasti e le guerre che ancora segnano questa Terra.

Nel Carmelo Stella Maris di Haifa vivono 21 suore, tra italiane, peruviane, brasiliane, slovacche, croate e dalle Mauritius. Da dietro la grata che ci separa raccontano: “Abbiamo intensificato la preghiera con l’intenzione, la stessa dal 1892, quando fu fondato il Carmelo, che «le Chiese separate giungano alla piena unione e Israele alla pienezza della sua vocazione di popolo eletto». Vogliamo essere segno di comunione in questa terra e sentiamo molta simpatia verso il popolo ebraico con il quale abbiamo grande dialogo e dal quale riceviamo attestati di stima”. L’arrivo del Papa conferma al SIR la superiora, suor Maria Giuseppina, di origini bresciane, “esaudisce una nostra preghiera. Da anni aspettavamo il ritorno del Pontefice di Roma, speriamo di vederlo da vicino e non solo in televisione”. “È probabile che il Papa possa incontrare a Nazareth i religiosi e le religiose di questa terra – spiega la carmelitana – ma non sappiamo ancora se sarà possibile o se l’incontro si limiterà ad alcuni rappresentanti. Aspettiamo di sapere qualcosa di preciso a riguardo”. Intanto la comunità continua l’attività contemplativa nel Carmelo dove giungono in tanti “a chiedere preghiere, intercessioni, a esporre problemi, a invocare aiuto, e tra loro ci sono anche ebrei”. Non sono rare nemmeno le visite dei pellegrini che celebrano messa nel convento condividendo un momento del loro pellegrinaggio in Terra Santa con le suore restando, dice la superiora, “affascinati da questa vita fatta di preghiera, di studio e di lavoro”.

Contemplazione e azione, il confine tra queste due dimensioni in Terra Santa sembra essere piuttosto labile. Non c’è preghiera senza azione e viceversa. A testimoniarlo per tutti i religiosi e le religiose presenti in questo lembo di terra sono le suore francescane missionarie del Cuore immacolato di Maria. Hanno una casa sul monte delle Beatitudini, da cui si vede il lago di Tiberiade. Qui, in cinque, accolgono turisti, predispongono per le celebrazioni dei gruppi che si radunano intorno ai tanti piccoli altari all’aperto intorno alla chiesa principale. Ma hanno anche scuole, dispensari ed ospedali dentro e fuori Israele; inoltre si occupano dei palestinesi dei campi profughi, tra cui quello di Aida, nei pressi di Betlemme, che il Papa visiterà a maggio. “Ricevere il Papa è grande segno di speranza e crediamo lo sarà anche per ebrei e musulmani in vista di una convivenza armoniosa. Credo, tuttavia, che per noi cristiani, questa visita rappresenti anche uno stimolo in più ad amarci e rispettarci”, afferma suor Telesphora Pavlou, superiora provinciale per la Terra Santa. “Nelle nostre scuole stiamo preparando gli alunni alla conoscenza dei fondamenti della fede cristiana, alla storia della Chiesa e della Santa Sede, seguendo di fatto le indicazioni dello Stato israeliano. Le recenti polemiche scoppiate con la revoca della scomunica dei vescovi lefebvriani, le dichiarazioni del vescovo Williamson e gli insulti contro Cristo e la Madonna sulla tv israeliana Channel 10, non hanno turbato più di tanto il dialogo”.

Cittadini di serie B. Dialogo minacciato anche dalla progressiva diminuzione del numero dei cristiani. “Il rischio che questa Terra e questi Luoghi restino senza cristiani è fondato. È la paura di non avere un futuro, un lavoro, una casa, di non vedere i propri diritti rispettati. La tolleranza è in qualche modo apparente, i cristiani sono cittadini di serie B – sottolinea suor Pavlou – noi cerchiamo di dare loro lavoro nelle nostre strutture che portiamo avanti con tanti sacrifici e grazie anche all’aiuto del mondo cristiano. Nelle scuole poi forniamo una preparazione umanistica, tecnica, scientifica per dare maggiori possibilità di trovare impiego o per chi vuole proseguire gli studi presso facoltà universitarie. L’istruzione è un mezzo importante per emergere e realizzare una vita dai contorni stabili”.

Un nuovo problema. “Speriamo che la visita del Santo Padre possa favorire una rinnovata attenzione verso la comunità cristiana da parte dello Stato israeliano, portare ad una vera libertà religiosa per lasciare liberi i fedeli di scegliere la propria fede senza rischiare discriminazioni in campo sociale. Come religiosi speriamo anche in un miglioramento del rilascio dei visti di ingresso e di residenza israeliana”. “Da quest’anno – dichiara, preoccupata, la religiosa – lo Stato non permette al nostro personale non-israeliano di lavorare nelle nostre strutture, scuole, ambulatori o ospedali, in quanto viene richiesto il permesso di lavoro che si ottiene soltanto se si è cittadini israeliani. Rilasciando con difficoltà i visti ai religiosi, specie a quelli di origine araba e non concedendo il permesso di lavoro, s’impedisce l’attività pastorale della Chiesa”.

(25 marzo 2009)