Messaggero della verità

PAPA IN TERRA SANTA

“Testimoniare la verità del Vangelo, e cioè che la storia di Gesù di Nazareth non è un mito da demitizzare, o un messaggio in codice da decifrare, ma un evento da riconoscere, quello dell’ingresso dell’Eterno Verbo nella storia degli uomini”. È questo per padre David M.Jaeger, tra i massimi esperti delle relazioni tra Santa Sede e Israele, il significato autentico del prossimo viaggio in Terra Santa di Benedetto XVI (8-15 maggio). “Il Papa – spiega Jaeger – va sempre in Terra Santa per confermare questa confessione della verità della Buona Novella. Poi ci sono le circostanze contingenti che variano da un pellegrinaggio pontificio ad un altro”.

Nel programma di questa visita c’è qualcosa che ha il sapore della novità rispetto alle precedenti di Paolo VI e Giovanni Paolo Il?
“Vedrei i programmi come reciprocamente complementari piuttosto che diversi. Pur sempre in quest’ottica, può apparire ancor più accentuata di prima l’attenzione agli incontri ad extra, con i cristiani separati, ma anche e con i ministri delle religioni ebraica e musulmana. C’erano anche prima ma questa volta risultano ulteriormente evidenziati, tutto in linea con l’intenzione espressa dal Papa nel suo primo annuncio del viaggio di essere testimone di pace in questa regione lacerata da conflitti”.

Anche se lo stesso Benedetto XVI ha definito questa visita “un pellegrinaggio”, è indubbio che questa giunge in un momento difficile, dopo la guerra di Gaza, in una regione difficile. Se esiste, allora, una lettura politica di questo viaggio, qual è?
“Non si può costringere il pellegrinaggio del Papa in una camicia di forza, facendone una lettura che gli è impropria. La «politica» della Chiesa è sempre la stessa: annunciare la buona novella di Gesù Cristo il Figlio di Dio. Cambiano le circostanze contingenti del mondo, non l’annuncio della Chiesa. È certo che la presenza del Papa e le sue parole hanno una risonanza specifica nel momento particolare che sta vivendo la Terra Santa, dove le attese di pace, alimentate e tenute in vita, comunque, a partire dal 13 settembre 1993, data del riconoscimento reciproco delle Nazioni israeliana e palestinese, sono divenute alquanto incerte”.

Sul piano dei rapporti con lo Stato di Israele che prospettive si possono immaginare per il futuro?
“Tutti nella Chiesa sperano molto che la visita del Santo Padre, che incontrerà anche il capo dello Stato e quello del Governo, giovi molto per stimolare all’inserimento integrale dei due Trattati già firmati e ratificati nella legislazione israeliana perché la Chiesa possa far riferimento ad essi nei contatti di ogni giorno con le pubbliche autorità, enti ed uffici, e nell’occorrenza, far valere i suoi diritti pattizi anche nei tribunali, come è normale in casi analoghi. Ma che giovi anche a far sì che si arrivi in tempi rapidi a concludere il terzo Trattato, che dovrebbe confermare le tradizionali esenzioni fiscali della Chiesa e tutelare le sue proprietà, soprattutto quelle a carattere sacro. Non meno sarebbe la speranza perché la visita del Santo Padre abbia l’effetto di portare all’accelerazione dei tempi per definire gli altri capitoli essenziali del rapporto Chiesa-Stato in Israele, come previsto nell’Accordo fondamentale del 1993. Si tratterebbe innanzitutto della necessità di norme pattizie per le richieste e il rilascio dei permessi di ingresso e di soggiorno per clero e religiosi, un campo in cui negli ultimi anni si avverte sempre più la necessità di poter contare su una normativa stabile e soprattutto trasparente, che rispetti ugualmente il diritto della Chiesa di disporre del proprio personale laddove ne ha bisogno e il diritto dello Stato di controllare il proprio territorio nell’interesse di tutti”.

Quale contributo potrà dare, invece, il viaggio al dialogo interreligioso, con l’Islam e con l’ebraismo?
“Bisogna capire che le ricorrenti «crisi» nel dialogo non sono che crisi montate ad arte, o comunque tempeste in un bicchier d’acqua, iper-mediatizzate, che non interessano se non ristretti gruppi di funzionari di certe organizzazioni, mentre il rapporto di amicizia tra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico, così caro al Papa, è in ottimo stato di salute e non fa che crescere sempre più, a dispetto di chi forse se ne senta dispiaciuto. Certo che la visita del Papa non potrà che giovare a rinsaldarla ancor più”.

Una delle preoccupazioni della Santa Sede è la fuga dei cristiani dal Medio Oriente. Su questo punto cosa ci si può realisticamente attendere da questo viaggio?
“Non parlerei di fuga eccetto in un determinato momento quando veramente moltissimi cristiani erano in fuga dal peggio della crisi irachena. Ma è indubbio che, specialmente da certi luoghi, molti cristiani che hanno la possibilità di farlo emigrano per trovare per le loro famiglie un ambiente più sicuro e più sereno. Ora il Papa certamente conforterà chi resta, confermando che «vale la pena» tale scelta di continuare ad essere testimoni di Cristo nella sua patria terrena. Ma per fermare la tendenza ad emigrare, bisogna, a mio avviso, che intervenga la pace, che le condizioni di vita di tutti diventino tali da dare alle famiglie e ai singoli la fondata speranza di quella qualità di vita che giustamente tutti si attendono”.

a cura di Daniele Rocchi

(06 maggio 2009)