PAPA IN TERRA SANTA
È la città santa per cristiani, ebrei e musulmani, Gerusalemme è patria spirituale, ma quanto bisogna ancora fare per renderla veramente città della pace per tutti i popoli, dove tutti possono venire in pellegrinaggio alla ricerca di Dio e per ascoltarne la voce, una voce che parla di pace? È la domanda che si pone papa Benedetto, nella celebrazione della messa nella valle di Giosafat, la valle del giudizio universale.
Città santa. Tutto è racchiuso in un chilometro quadrato più o meno. E il Papa, come quel biglietto che infila tra le fessure delle pietre del muro occidentale, si infila tra strade e vicoli per percorrere quell’itinerario che unisce cristiani, ebrei e musulmani.
Il Santo Sepolcro non è molto distante, il Papa sarà lì pellegrino, come innumerevoli pellegrini, l’ultimo giorno della sua presenza in Terra Santa. Pellegrino appunto; di pace, di dialogo e di riconciliazione. Pellegrino che nei passi compiuti dalla spianata delle moschee al muro occidentale percorre un itinerario che vuole cancellare incomprensioni, divisioni. È un Papa che guarda al futuro, non dimenticando però il passato, perché come diceva il suo predecessore, un uomo senza memoria è un uomo senza futuro. Lo aveva già ricordato visitando il mausoleo di Yad Vashem, una memoria, un nome.
Qui è nei suoi passi che la memoria diventa messaggio e impegno. Come dicono i fedeli nell’Islam: c’è una notte nera, una pietra nera e sulla pietra una piccola formica; ma Dio la vede, non la dimentica. Papa Benedetto cammina allora su queste pietre. Scalzo entra nel più antico monumento islamico in Terra Santa. C’è la pietra di Abramo, il sacrificio del figlio, Ismaele per i figli di Maometto. Da quella pietra il profeta è salito in cielo.
Anche le pietre in questa città hanno una storia da raccontare, un passato da conservare. Come un microcosmo del nostro mondo globalizzato – ha detto il Papa – questa città, se deve vivere la sua vocazione universale, deve essere un luogo che insegna l’universalità, il rispetto per gli altri, il dialogo e la vicendevole comprensione; un luogo dove il pregiudizio, l’ignoranza e la paura che li alimenta, siano superati dall’onestà, dall’integrità e dalla ricerca della pace.
Parole importanti in un tempo e in una terra dove spesso l’altro è il nemico, l’uomo da odiare.
Cammina papa Benedetto. Cammina verso quel muro che è un frammento del muro di sostegno del lato occidentale della spianata. È il cuore dell’ebraismo, per ragioni storiche e religiose. È luogo di preghiera e di pianto. Quando i militari di Israele entrarono nella Gerusalemme allora Giordana, si fermarono in preghiera davanti a quelle pietre. Atto d’amore e di fede.
Cammina, dunque, il Papa. Nel cuore le parole che ha già pronunciato allo Yad Vashem. Ma anche le cose che dirà con quel verso dei Salmi preghiera comune per ebrei e cristiani. È scritto nel biglietto che lascia tra le fessure del muro: “Dio di tutti i tempi nella mia visita a Gerusalemme, la Città della pace, casa spirituale di ebrei, cristiani e musulmani, porto di fronte a te le gioie, le speranze e le aspirazioni, le prove, le sofferenze e i disagi di tutti i tuoi popoli dovunque nel mondo. Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ascolta il grido degli afflitti, dei timorosi, dei diseredati. Manda la pace sulla Terra Santa, sul Medio Oriente e su tutta la famiglia umana. Smuovi i cuori di tutti coloro che invocano il tuo nome affinché camminino umilmente nel sentiero di giustizia e compassione”.
Passi per un dialogo che non escluda nessuno, che non dimentichi le ragioni e i torti, ma che li superi in un disegno più grande. Scriveva il sindaco santo di Firenze, Giorgio La Pira: la pace di Gerusalemme è intimamente legata alla pace nel mondo intero; se ci sarà pace a Gerusalemme, ci sarà pace nel mondo. Finché Gerusalemme non avrà pace, non avrà pace il mondo.
Allora perché non mettersi in cammino e sfidare in un certo senso la storia; cambiare quel modo di guardare all’altro e dividere con l’altro la strada. Papa Benedetto si è messo a camminare lungo questo sentiero, ha detto il suo “no” all’antisemitismo ripugnante. Ha chiesto ai fedeli nell’Islam di continuare a dialogare, superando quelle incomprensioni e differenze che hanno allontanato e non avvicinato i popoli.
Fabio Zavattaro – Gerusalemme
(13 maggio 2009)