Il voto e il futuro

Elezioni europee

La speranza che la vecchia crisi costituzionale dell’Unione europea possa essere superata con l’entrata in vigore, entro la fine dell’anno, del trattato di Lisbona, si è ulteriormente alimentata, dal giudizio favorevole da parte del Senato della Repubblica ceca del 6 maggio. Con il nuovo trattato, contenente gli elementi fondamentali del fallito progetto di una costituzione europea, la democrazia, intesa come principio guida della politica, riguadagnerebbe terreno in modo considerevole rispetto al principio della diplomazia che, fino ad oggi, ha dominato ampiamente le questioni europee. L’unione di Stati si trasforma gradualmente in una unione di cittadini.
Si pone dunque, più urgente che mai, anche la questione sulla statura, il profilo e la scelta del personale che in futuro dovrà governare ed amministrare l’Unione europea.
Poiché il Parlamento europeo, nel quadro delle relazioni di una democrazia transnazionale, si sta sempre più trasformando in un importante serbatoio per dirigenti dell’Unione, la questione diventa ancor più attuale alla luce delle imminenti elezioni europee (dal 4 al 7 giugno).

Nella prospettiva di uno sviluppo democratico dell’Unione europea ed in considerazione del significato che già oggi viene attribuito alle sue decisioni, non si può più pretendere e, fondamentalmente, non si può più accettare che i candidati alle elezioni per il Parlamento europeo vengano proposti soltanto sulla base delle preferenze delle dirigenze dei partiti nazionali.
Per essere efficaci nell’interesse dei cittadini, i candidati dovrebbero piuttosto potersi basare sulla fiducia che i membri dei partiti, da essi rappresentati, ripongono in loro. A questo scopo le loro capacità, le loro qualità morali e le convinzioni che essi hanno nella propria attività politica sono decisive.
A livello locale, regionale e nazionale, dove vengono realizzate le liste dei candidati alle elezioni europee, non è però sempre facile riconoscere quali sono le personalità particolarmente adeguate a svolgere un’attività a livello europeo. Gli aspiranti che offrono la propria candidatura normalmente si sono affermati all’interno del proprio paese, ed è qui che essi hanno sperimentato la propria socializzazione politica. Solo in casi eccezionali possono vantare un curriculum europeo.

Per preparare i dirigenti europei ai loro compiti futuri le organizzazioni partitiche europee dovrebbero prepararsi a fare un’attività di formazione e informazione sistematica. I fondi destinati a questo scopo, provenienti dal bilancio comunitario, sono a disposizione già dall’approvazione di un regolamento sui finanziamenti dei partiti europei (2003). Anche i partiti membri nazionali e le istituzioni ad essi collegate devono dare il proprio contributo.
In realtà questo compito dovrebbe essere svolto anche dalle università, dalle chiese e, non ultime, dalle strutture della società civile. Per fare ciò c’è bisogno di una generale apertura dell’attività formativa ed educativa verso la dimensione europea della nostra realtà. Ciò non riguarda soltanto i futuri parlamentari, o commissari, ma anche le nuove leve necessarie per i molteplici incarichi da svolgere sia all’interno dell’amministrazione e della giurisdizione dell’Unione europea, che nel management delle istituzioni, delle associazioni, degli organi e delle agenzie che appartengono al suo sistema politico. Lo sforzo sarà ripagato, poiché è in gioco la qualità della struttura della nostra collettività europea e dunque anche la qualità del nostro futuro.

Thomas Jansen – Germania

(13 maggio 2009)