Elezioni europee
In vista delle imminenti elezioni europee (4-7 giugno) la Comece, Commissione degli episcopati della Comunità europea, ha elaborato un documento dal titolo “Costruire una migliore casa europea” (cfr SIR Europa 22/2009). Anche un cartello di Associazioni di 13 Paesi di Europa riunite dal 2006 sotto il nome di “Iniziativa cristiana per l’Europa” (Ixe) ha prodotto un documento, in vista della consultazione con un appello ai cittadini europei e in particolare ai cristiani (cfr SIR Europa 24/2009). Un altro documento è stato diffuso nei giorni scorsi da “Giustizia e Pace Europa” (cfr SIR Europa 34/2009).
Alla vigilia delle elezioni europee sia la Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) sia “Giustizia e pace Europa”, sia diverse organizzazioni ecumeniche presenti a Bruxelles hanno pubblicato alcuni documenti per “fare in modo che il nuovo Parlamento contribuisca a creare l’Europa umana e sociale che desideriamo tutti”. Nella dichiarazione della Comece si fa “appello ai cittadini dell’Unione europea, in particolare ai cristiani, perché esercitino la propria responsabilità di elettori per contribuire alla costruzione di una Ue, in cui tutti gli europei si sentano a casa propria”. I vescovi considerano l’Ue “come progetto di speranza per tutti i suoi cittadini”.
Per comprendere meglio il dipanarsi di questo “progetto”, fatto di rispetto delle differenze e di accettazione di condivisione di politiche e di beni dentro e fuori i confini nazionali, diventa preziosa una lettura della realtà in chiave migratoria.
I recenti sondaggi condotti dall’Eurobarometro indicano come il tema immigrazione non sia più considerato importante come in precedenza dagli europei, quando invece la gestione dei movimenti migratori da parte dell’Ue costituisce la vera cartina di tornasole per verificare se essa sia “casa comune” oppure rimanga una fortezza. I migranti, con le loro diversità e con la loro umanità, che intende essere riconosciuta, sono lì a ricordare un’Europa delle persone e della solidarietà, delle lingue, delle culture e della pacifica convivenza. Essi immettono il lievito della fantasia in un progetto che correrebbe altrimenti il rischio di arenarsi sui banchi dell’economia e dell’individualismo.
Il migrante ha perseguito un progetto di speranza: una vita più umana per sé e per i suoi familiari. Per questo ha varcato le antiche frontiere che rendevano ancora immaturo il sogno di una casa comune. Carlo Levi lo ha dipinto come colui che cancella i confini dalla carta geografica.
Nel documento della Comece i vescovi chiedono di “dimostrare solidarietà tramite l’elaborazione di politiche di assistenza nei confronti dei membri più deboli e più bisognosi delle nostre società: un inciso che non sembra tener conto del ruolo determinante degli emigrati nella costruzione europea. Nell’immediato dopoguerra il cantiere Europa aveva attirato una presenza sempre crescente di manodopera immigrata, impegnata nella ricostruzione materiale delle varie nazioni. Le tracce di questo passaggio sono ben visibili, sebbene la storia rimuova spesso il dramma della loro sofferenza e della scarsa accettazione della loro cultura e del loro stile di vita. Non sono infrequenti le campagne contro gli stranieri; il pregiudizio non è cessato; le leggi restrittive perseguite dai singoli stati sono prevalenti; l’applicazione del regolamento di Dublino penalizza fortemente non solo i Paesi della frontiera esterna dell’Ue ma anche i rifugiati stessi che, nonostante le grandi disparità in termini di condizioni di accoglienza e di accesso alle procedure d’asilo, vengono rimandati al Paese responsabile individuato dal regolamento. Tutto ciò è in netto contrasto con il sogno di un’Europa dei popoli che i primi grandi artefici incominciano a sognare e ad attuare, pur tra mille difficoltà, proprio in quegli anni.
Sebbene inconsciamente, gli emigrati sono stati degli apripista, persone che con la loro umile ma preziosa presenza hanno saputo lentamente ma inesorabilmente debellare le tentazioni di gretti nazionalismi, hanno invocato la difesa di ogni persona a prescindere dalla sua nazionalità e dalla sua cultura, hanno obbligato le istituzioni locali a chiarire il concetto di accettazione del culturalmente diverso e a puntare sulla convivenza armoniosa e sul dialogo. Hanno anticipato i tempi e la loro esperienza è divenuta paradigma di quanto tutti i cittadini europei sono chiamati a vivere nell’Unione.
L’esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa sostiene: “Di fronte al fenomeno migratorio, è in gioco la capacità, per l’Europa, di dare spazio a forme di intelligente accoglienza e ospitalità. È la visione ‘universalistica’ del bene comune ad esigerlo”.
Trasformare l’Europa “in una convivenza nella quale tutti gli europei si sentano a casa propria” deve pertanto riferirsi non solo ai nativi, ma includere anche a chi vi è arrivato con sogni e speranze.
Graziano Tassello – direttore Centro studi e ricerche per l’emigrazione (Basilea)
(20 maggio 2009)