ELEZIONI EUROPEE
Dopo quattro giorni di seggi aperti (4-7 giugno) e una notte elettorale fra conferme e sorprese, il voto per l’Europarlamento passa al vaglio dei politici e dei mass media. Anzitutto occorre una riflessione sull’affluenza alle urne, attestatasi attorno al 43% medio nell’Ue, un paio di punti percentuali in meno rispetto al già modesto dato del 2004. I cittadini mantengono le distanze dall’Assemblea di Strasburgo e dall’Unione europea in generale: perché? Il primo compito che avranno i neodeputati sarà quello di un’analisi serrata del problema, per non arrivare ancora tra cinque anni a domandarsi i motivi del peso del “deficit democratico” sulla costruzione comunitaria.
Un secondo elemento è stato sottolineato, più o meno con le stesse parole, dal presidente uscente dell’emiciclo, Hans-Gert Poettering, e da quello della Commissione, José Manuel Barroso: il Parlamento sarà composto nella legislatura che inizia da una maggioranza di partiti e di parlamentari favorevoli all’integrazione. Ad essi è affidato il compito di lavorare insieme, pur nel rispetto delle differenze ideali e politiche, per realizzare una Ue efficace e vicina alle persone, alle famiglie, ai giovani, alle imprese, ai territori. Anche perché al contempo si registra un aumento della presenza euroscettica e persino antieuropea.
Rispetto alla consistenza dei partiti, si osserva che i popolari confermano la loro leadership a Strasburgo. I diretti concorrenti socialisti segnano un calo notevole, mentre si possono dire soddisfatti sia i liberaldemocratici che i verdi. Tengono le proprie posizioni anche la sinistra estrema e la destra nazionalista. Resta poi da capire dove si collocheranno quasi 90 deputati che per il momento non hanno dichiarato in quale spicchio di emiciclo siederanno. Il fatto che il Parlamento abbia una maggioranza politica moderata e conservatrice va a tutto vantaggio di Barroso: nelle prossime settimane si dovrà infatti decidere per la poltrona del presidente della Commissione e a questo punto è difficile pensare che il politico portoghese possa avere seri intralci a una sua conferma.
Le elezioni europee erano state poi interpretate come delle “rese dei conti” a livello nazionale. In questo senso ogni paese va analizzato a sé. Alcuni leader vengono promossi o, almeno, non bocciati, dagli elettori: ciò vale per Sarkozy (Francia), Merkel (Germania), Berlusconi (Italia), Tusk (Polonia). In altri paesi il governo in carica deve fare i conti con un elettorato che premia le opposizioni, come avvenuto in Gran Bretagna, Svezia, Spagna, Grecia, Bulgaria, Ungheria.
Dopo aver operato una sapiente valutazione dei risultati, al Parlamento europeo non resta che riprendere la marcia: l’Europa attende risultati concreti che facciano intendere ai cittadini che l’Ue è utile, persino necessaria. Ma saranno i fatti a parlare.
SIR
(08 giugno 2009)