Elezioni europee
Il Parlamento europeo è una istituzione “fondamentale” nell’architettura comunitaria, dove “si assumono decisioni importanti che riguardano la vita dei cittadini”. Jaume Duch, spagnolo, è direttore del servizio stampa e portavoce dell’Euroassemblea. Il suo ufficio di Bruxelles è, soprattutto in questa fase, un crocevia di idee, di persone, di iniziative: l’avvicinarsi del voto del 4-7 giugno per il rinnovo dell’Emiciclo coinvolge in pieno le sue responsabilità. A Gianni Borsa, inviato di SIR Europa a Bruxelles, spiega la strategia adottata per portare alle urne i 375 milioni di cittadini aventi diritto al voto nei 27 Stati Ue.
In vista delle elezioni di giugno, il Parlamento europeo ha lanciato una campagna di informazione rivolta ai cittadini. Quali sono i messaggi essenziali che si vorrebbero trasmettere?
“Il Parlamento ha lanciato per la prima volta una campagna di informazione istituzionale paneuropea che intende informare i cittadini sul ruolo fondamentale giocato dall’Assemblea nel meccanismo decisionale dell’Ue. Il messaggio della campagna è che ciascuno ha la possibilità di scegliere tra opzioni politiche diverse e che tali scelte influenzano direttamente la nostra vita di ogni giorno. Basti pensare alla sicurezza, alle migrazioni, alla parità tra uomo e donna, ai diritti dei consumatori: temi di competenza dell’Europarlamento. In pratica, rispetto ad alcuni tentativi del passato in cui si puntava soprattutto sul diritto/dovere civico del voto, questa campagna si focalizza sull’interesse personale ad andare a votare”.
La campagna di comunicazione è pensata con uno schema comunicativo (immagini, slogan, strumenti) unico per tutti i paesi membri. In questo modo si intende far passare l’idea di una “Europa unita”?
“La campagna è simile dappertutto in Europa perché l’assemblea che si legge è unica. Infatti è basata su una strategia di comunicazione che utilizza gli stessi elementi visivi, slogan, argomenti e strumenti in tutti i paesi”.
È però prevista la possibilità di declinare tali messaggi nei contesti culturali e sociali dei singoli Stati membri?
“Certo. In quasi tutte le nazioni la campagna è già avviata. Naturalmente sono possibili adattamenti nazionali dei singoli elementi. Per esempio è possibile coinvolgere volti noti al grande pubblico per dare maggiori enfasi e popolarità all’idea ricorrente: ossia, vota e con il tuo voto influenza il futuro dell’Europa. Inoltre alcuni degli stessi argomenti proposti possono essere valorizzati o sottolineati per un adeguamento della campagna istituzionale al contesto nazionale. I temi centrali che sono diventati una vera e propria ‘copertina’ della campagna sono differenti da paese a paese. Noi, qui, abbiamo elaborato dieci temi (fra cui tutela dei consumatori, conciliazione tra vita professionale e familiare, regolazione dei mercati finanziari, sicurezza – ndr) che fanno parte delle competenze del Parlamento; a livello locale, poi, vengono scelti i temi considerati più importanti o scottanti”.
Quale ruolo possono avere in questa campagna gli uffici “periferici” del Parlamento, presenti in ogni Stato membro?
“Gli uffici d’informazione del Parlamento europeo negli Stati aderenti hanno operato un ruolo significativo proprio per adattare la campagna centrale alle specificità locali. Essi hanno contribuito a individuare i temi salienti per la popolazione di ciascun paese e hanno anche sviluppato una serie di attività complementari. In qualche caso si è preferita la comunicazione via internet, in altri casi si sono installati pannelli informatori nelle stazioni ferroviarie, in altri ancora si è preferita la comunicazione radiofonica oppure con spot in onda nelle metropolitane… L’affissione di cartelloni giganti, le paline tridimensionali, le inserzioni sui giornali sono altre forme scelte per coinvolgere gli elettori”.
Quali possono essere invece le azioni dei parlamentari uscenti e dei candidati a Strasburgo per invogliare la gente a recarsi ai seggi?
“I deputati uscenti così come i candidati hanno un ruolo ancora più importante di quello che si prefigge il Parlamento come istituzione. È infatti nelle loro mani la comunicazione a carattere politico, la possibilità di raggiungere i potenziali elettori spiegando quale idea di Europa essi hanno, quali le soluzioni alle questioni aperte che riguardano i cittadini stessi, le famiglie, le imprese… Il Parlamento con questa campagna istituzionale e imparziale cerca di attirare l’attenzione degli elettori verso il voto per preparare il terreno ai candidati e ai partiti, così che essi possano immergersi appieno nel dibattito politico. Teniamo inoltre presente che certi messaggi sull’efficacia dell’Ue e del Parlamento possono diventare ancora più immediati quando vengono espressi da volti conosciuti dalla gente”.
Ma non c’è il rischio di trasformare la campagna europea per l’elezione del Parlamento Ue in una disputa tutta nazionale?
“Sì, questo pericolo esiste. Ed è ricorrente nella maggior parte dei paesi. Con tale campagna istituzionale noi cerchiamo di limitare il danno, ma poi sta ai politici e ai partiti orientare la campagna elettorale in senso europeo, discutendo di temi di portata continentale e, ovviamente, delle loro ricadute in ambito nazionale. In questo senso i mass media sono davvero strategici: essi possono limitarsi a trattare argomenti nazionali oppure possono incalzare i politici sulle grandi sfide europee e internazionali, portandoli a esprimersi su di esse”.
Dal 1979, data delle prime elezioni a suffragio universale, al 2004, il numero di elettori per il Parlamento Ue è andato calando. Quale risposta è possibile formulare? A suo avviso quest’anno avremo finalmente un’inversione di tendenza?
“La domanda è complessa e dobbiamo considerare vari fattori. Anzitutto occorre osservare che il calo dell’affluenza alle urne non riguarda solo le consultazioni europee ma è un fenomeno che si sta verificando anche durante le elezioni nazionali in molti Stati. Sembra dunque un problema di partecipazione alla vita democratica nel suo complesso, forse aggravato quando si tratta di votare per l’Europarlamento. Tuttavia vorrei osservare che la crisi economica in atto potrebbe avere ripercussioni sulla partecipazione al voto: ovvero potrebbe aumentare l’affluenza se passasse l’idea che in un momento di recessione e di rischio per l’occupazione c’è più bisogno di una politica che decide e quindi di cittadini che votano per assegnare maggiore legittimità alle istituzioni. Ma potremmo avere anche l’effetto opposto, ovvero di scarsa fiducia verso la politica e le istituzioni, siano esse nazionali o comunitarie. Nel 2004, quando si votò per scegliere l’attuale Parlamento, la situazione era completamente diversa: l’economia era in buone condizioni, era appena avvenuto l’allargamento dell’Ue verso est e si stava preparando la Costituzione europea”.
Di fronte all’attuale situazione servirebbero forse mezzi potenti, una campagna “martellante” così da avere un impatto più deciso sull’opinione pubblica. Quanto è costata, per avere un ordine di grandezza, questa campagna istituzionale?
“Il costo complessivo è 18 milioni di euro. Ovvero 5 centesimi per ogni avente diritto al voto. Fra l’altro occorre considerare che la campagna è stata realizzata nelle 23 lingue ufficiali dell’Ue, perché il Parlamento promuove il multilinguismo”.
Alle elezioni per l’Europarlamento si giunge senza che il Trattato di Lisbona – il quale assegna maggiori poteri all’Assemblea – sia in vigore. Ritiene che tale elemento giocherà a favore dell’astensione?
“Sarebbe stato meglio che il Trattato fosse stato ratificato da tutti gli Stati o addirittura già in vigore. Perché esso assegna maggiori poteri al Parlamento, ad esempio per quanto riguarda la politica agricola oppure quella regionale. Ciò avrebbe dato ai cittadini ulteriori e convincenti elementi sulla rilevanza dell’Assemblea. Ciò non è avvenuto, benché appare quasi certo che il Trattato entrerà in vigore nel corso della legislatura 2009-2014: questo fatto va dunque chiarito ai cittadini. Così come va spiegato che il Parlamento ‘allargato’ di questa legislatura ha funzionato bene: il dibattito politico è stato vivace e nei passaggi essenziali si è creato un consenso maggioritario precedendo le decisioni del Consiglio Ue. È successo, fra l’altro, per la direttiva sulla liberalizzazione dei servizi, per la Reach sulle sostanze chimiche, oppure sulle tariffe roaming. Si tratta di una istituzione che ha fatto proprio il valore del consenso democratico e che ha prodotto molti risultati”.
Quali successi si possono ascrivere all’Assemblea per la legislatura 2004-2009?
“La liberalizzazione dei servizi senza modificare il modello sociale europeo è un risultato notevole. Ma citerei anche la direttiva Reach, la tutela dei diritti dei passeggeri di treni e aerei (il rimborso dei biglietti in caso di ritardi o disservizi si deve all’Ue), la definizione di regole comuni in materia di rimpatrio degli immigrati irregolari. In questo periodo si sta ancora trattando sulla direttiva concernente l’orario di lavoro. Bisogna sottolineare che il Parlamento procede in presenza di deputati di 27 Stati e di posizioni politiche talvolta distanti tra loro, che contemplano più o meno Stato/mercato, più o meno diritti individuali, e, nel complesso, più o meno Europa”.
Quali i nodi rilevanti da affrontare nel prossimo quinquennio?
“In Parlamento giungeranno i principali temi che riguardano il futuro dell’Unione europea, da quelli istituzionali alle grandi sfide per l’ambiente, l’energia, l’economia o la politica internazionale. Si tratteranno di sicuro le questioni relative alla vita dei cittadini. E anche per questo l’Europarlamento necessita di una forte legittimazione democratica con il voto di giugno”.
(17 aprile 2009)