Testimoni digitali
Si è tenuto ad Assisi dal 23 al 25 ottobre il terzo incontro residenziale per animatori della comunicazione e della cultura che hanno frequentato il corso Anicec. L’appuntamento chiude le attività didattiche – che nel corso dell’anno accademico si svolgono in modalità e-learning attraverso la piattaforma a http://www.anicec.it – del corso di alta formazione Anicec, istituito dal Centro interdisciplinare della Pontificia Università Lateranense assieme all’Università Cattolica del Sacro Cuore e promosso dalla Fondazione “Comunicazione e cultura” della Cei. I lavori sono stati aperti venerdì 23 da Michele Sorice (Luiss), Marica Spalletta (Luiss) e Rocco D’Ambrosio (Pontificia Università Gregoriana), che hanno affrontato il rapporto tra Chiesa ed epoca digitale sotto i profili sociologico, etico e antropologico; sabato 24 sono intervenuti tra gli altri il caporedattore esteri del Tg2, Enzo Romeo, lo scrittore e critico cinematografico Federico Pontiggia e il direttore scientifico del corso, mons. Dario E.Viganò. Domenica 25, infine, relazione di mons. Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei, su “Chiesa al tempo del 2.0: testimoni digitali”, e S.Messa presieduta dal segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata. – del corso di alta formazione Anicec, istituito dal Centro interdisciplinare della Pontificia Università Lateranense assieme all’Università Cattolica del Sacro Cuore e promosso dalla Fondazione “Comunicazione e cultura” della Cei. I lavori sono stati aperti venerdì 23 da Michele Sorice (Luiss), Marica Spalletta (Luiss) e Rocco D’Ambrosio (Pontificia Università Gregoriana), che hanno affrontato il rapporto tra Chiesa ed epoca digitale sotto i profili sociologico, etico e antropologico; sabato 24 sono intervenuti tra gli altri il caporedattore esteri del Tg2, Enzo Romeo, lo scrittore e critico cinematografico Federico Pontiggia e il direttore scientifico del corso, mons. Dario E.Viganò. Domenica 25, infine, relazione di mons. Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei, su “Chiesa al tempo del 2.0: testimoni digitali”, e S.Messa presieduta dal segretario generale della Cei, mons. Mariano Crociata.
La magia dei media. “Testimoniare”, nell’epoca dell’internet 2.0, “vuole dire anzitutto incontrarsi”. Così mons. Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei, ha concluso la “tre giorni” con una relazione aperta riflettendo sulla “magia” dei media nel web 2.0, i quali “aboliscono la distanza” e “il tempo”. “Tutto questo – ha spiegato – ha una ricaduta sull’esperienza dell’umano che è chiamata oggi a ridefinirsi, approfittando di tutti i nuovi palcoscenici del sé sui quali costruire, stabilizzare ed aggiornare la propria faccia”. “In un mondo liquefatto, evaporato e frammentato, i media appaiono sempre più come dispositivi magici in grado di ricomporre, sia pure in una forma «leggera», istantanea e temporanea, le unità perdute e insieme ricreare il legame sociale”. Parlando della “Chiesa al tempo del 2.0”, mons. Pompili ha fatto ampiamente riferimento al convegno “Testimoni digitali per i nuovi media”, che si terrà a Roma dal 22 al 24 aprile 2010 ed è la prosecuzione ideale di una riflessione della Chiesa italiana sui media già avviata nel 2002 con il meeting “Parabole mediatiche” e poi, nel 2004, con il Direttorio sulle comunicazioni sociali “Comunicazione e missione”.
Testimonianza “leggera”, ma non diluita. La “leggerezza” richiesta nell’epoca del 2.0, ad avviso del direttore dell’Ufficio Cei per le comunicazioni sociali, è anche una delle qualità richieste a “una testimonianza ecclesiale 2.0”: serve “un equipaggiamento leggero, una dinamica evangelizzatrice sciolta e non ingessata, ovvero una più elastica capacità di adattarsi e di cambiare, riconoscendo nella mutevolezza non l’ostacolo, bensì la risorsa più verace per un annunzio fede a Dio e all’uomo”. Una testimonianza “leggera”, però, “non significa una verità diluita, svenduta o di minor profilo”, ha messo in guardia mons. Pompili, proponendo i criteri del “silenzio”, della “bellezza” e dell'”interpersonalità”. Il silenzio, ha precisato, consiste nella “capacità di superare le seduzioni prometeiche della tecnocrazia efficientista, facile preda del consumismo che induce bisogni e crea dipendenze”; la bellezza, invece, è “la capacità di riappropriarsi di un’espressività totale”; l’interpersonalità, infine, va intesa come “capacità di condividere, partecipare, collaborare, alimentandosi della comune ricerca di quel contenuto del credere che sfugge a ogni oggettivazione unilaterale”.
Una rete appassionata e competente. A tre anni dall’avvio, il bilancio del corso Anicec è “ampiamente positivo”, per mons. Dario E. Viganò, direttore scientifico unitamente a Francesco Casetti (docente alla Facoltà di scienze della comunicazione dell’Università Cattolica). “Attorno al progetto dell’animatore della cultura e della comunicazione – ha affermato mons. Viganò, parlando al SIR a margine dell’incontro – si è costituita una rete fatta di giovani e meno giovani con una grande passione per la propria Chiesa e una spiccata sensibilità verso il mondo della comunicazione”. Non mancano, tuttavia, alcune criticità, in particolare per quanto riguarda la recezione della figura dell’animatore da parte delle comunità ecclesiali. “L’animatore – rimarca il direttore del corso – non è un esperto che pretende di far percorrere itinerari specifici in aggiunta a quella che è già la vita ecclesiale ordinaria, ma fa emergere dai suoi percorsi gli aspetti più segnati dalla comunicazione”, al fine di favorire “la disponibilità all’ascolto”. Così è, ad esempio, per la catechesi, oppure per la liturgia. Ma se alcuni animatori, dopo aver frequentato il corso Anicec, “trovano una buona accoglienza”, altri “fanno fatica ad essere riconosciuti”. Perciò, conclude mons. Viganò, l’impegno delle comunità dev’essere quelli di “valorizzare queste figure, doni di grazia sul territorio”.
(28 ottobre 2009)