Testimoni digitali
Verrebbe da non crederci, abituati come siamo ad una televisione che corteggia le mode e sbatte l’eccesso (o la normalità paranoide fatta di collezioni improbabili e di cose) sullo schermo. Carnevale è finito e il primo aprile deve venire, perciò non è uno scherzo. Se poi pensiamo che la notizia ci viene dalla compassata Bbc, la regina televisiva inglese, allora dobbiamo arrenderci all’evidenza: nelle isole di Sua Maestà la televisione fa quadruplicare le vendite non dei motorini, delle bibite, delle bambole super-truccate e accessoriate, dell’intimo griffato o delle merendine per fanciulli già a rischio sovrappeso, ma dei libri. Libri, non dvd omaggio, quelli che si possono guardare a casa comodamente sdraiati e aiutati dalle immagini o ascoltati in macchina mentre facciamo qualcosa di più concreto e utile (così pensa la maggioranza di noi), vale a dire guidare, perché in fondo il tempo è denaro.
Libri di carta, e fa un certo effetto pensare che sia necessario oggi specificare la materia di cui sono fatti, i libri, per distinguerli da quelli virtuali e dalle biblioteche sul Net. Libri talmente richiesti dopo un programma tv che i librai hanno dovuto ricorrere a ordinazioni straordinarie agli editori.
Il programma è andato in onda la scorsa estate in prima serata (alle 21) e si chiamava “A poet’s guide to Britain”: venivano presentate, in modo assai semplice e chiaro, liriche e brani di poeti inglesi che in qualche modo avessero a che fare con i luoghi nazionali o con il territorio.
In seguito alle sei puntate del programma, i libri di Gorge Mackay Brown, uno dei poeti letti, hanno superato di più dell’800 per cento le vendite abituali. Uno dei poeti nazionali britannici, anche se nato negli Usa, Eliot, venduto già di per sé per la sua grandezza intrinseca e universalmente riconosciuta, è andato oltre il 200 per cento. Un illustre sconosciuto in Italia, ma assai amato nei Paesi anglosassoni come l’elisabettiano John Donne, ha superato il 300 per cento.
Andate dal vostro libraio di fiducia e chiedetegli quante copie egli abbia venduto non di Donne o Brown, ma di Montale o Luzi, tanto per rimanere nel Novecento. Vedrete che alzerà sconsolato le dita di una mano o, se siete in grandi città, delle due mani.
Che cosa è successo in Inghilterra? Gli altri come al solito sono più avanti di noi? Può darsi, anche se non ne sarei così sicuro. Il fatto è un altro. Gli altri vedono un po’ oltre, in questo caso oltre le mode e i tic mediatici. Per meglio dire, la Bbc e il suo canale 4 si sono semplicemente serviti del loro potere per educare, con intelligenza e capacità, ovviamente anche mediatiche.
La tv inglese non si è svilita perché ha parlato di libri, ma anzi, ha fatto capire che non è inevitabile calcare la tigre della stupidità e del malcostume per “vendere”. Ha creato mercato, ha mosso fasce di acquirenti che si saranno chiesti perché mai nessuno gli avesse parlato prima di allora della bellezza dei versi di un poeta sconosciuto o perché non gli avessero mai insegnato così bene la grandezza di Eliot, anzi, glielo avessero fatto odiare, cosa che peraltro capita dalle nostre parti con Manzoni e Dante.
Ma non è solo una questione di televisione. Si pensi al computer, che ormai può darci un testo grazie alla informatizzazione graduale di tutte le grandi biblioteche e di libri di ogni genere. Va benissimo: uno studioso, dovunque ci sia collegamento, può accedere ad un volume raro pur non possedendolo personalmente e materialmente. Uno studioso, appunto, che di per sé già legge, anche carta stampata. E possiamo scommetterci il cappello che quando leggerà testi non scientifici come romanzi, saggi, poesie, lo farà graziosamente disteso su di un divano, o in poltrona, magari accanto al camino, o sulla spiaggia durante le ferie, o sul treno o sull’aereo, per riposarsi gli occhi.
Sì, perché oltre tutto, mentre lo schermo stanca le nostre pupille con il suo algido lucore, la pagina no.
Ma o cartaceo o sul Net, rimane il contenuto. Gli inglesi hanno dimostrato che la tecnica non è di per sé un messaggio, ma un canale che può riportare la cultura ad un posto meno infimo di quello in cui è stata relegata oggi.
Marco Testi
critico letterario
(17 marzo 2010)