CHIESA E MEDIA
“È dinanzi ai nostri occhi la serie di profonde e inarrestabili modificazioni del mondo della comunicazione in questi ultimi anni, soprattutto con l’avvento delle tecnologie digitali. Esse hanno finito con l’interessare, e in misura crescente, tutti gli aspetti della nostra vita; pertanto non sorprende che tematiche e problematiche legate al mondo della comunicazione oggi assumano un ruolo centrale nell’attenzione degli educatori oltre che, più in generale, dell’intera opinione pubblica”. Con queste parole mons. Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, è intervenuto al corso nazionale di formazione “Dall’emergenza alle convergenze educative. La responsabilità dei media” organizzato, dal 26 al 28 marzo a Mazara del Vallo, dall’associazione spettatori Aiart, dall’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei e dalla diocesi siciliana. L’incontro era rivolto soprattutto agli operatori di pastorale familiare, insegnanti, catechisti ed educatori, studenti delle Facoltà di comunicazione, responsabili di progetti di animazione culturale. Tra gli obiettivi, quello di riflettere insieme sul ruolo dei media nella società e nella famiglia in rapporto al costituirsi di una identità culturale e progettuale della stessa nonché contribuire a coltivare una domanda critica ed etica nei confronti dei modelli di comunicazione offerti dalla tv.
Educare alla responsabilità. La dimensione formativa, ha ribadito mons. Crociata, è “destinata a diventare sempre più decisiva davanti a quella che non può essere ridotta ad una mera rivoluzione strumentale” perché “siamo in presenza di un nuovo alfabeto, di un nuovo linguaggio che plasma una nuova cultura, nella quale cambiano diverse dimensioni del nostro essere e del nostro agire”. In questo contesto, si modifica “il modo di insegnare e quindi di trasmettere la ricchezza di una tradizione; cambia, ancora, la figura e la funzione dell’educatore; cambia, infine, il senso stesso dell’essere comunità”. Per valorizzare simili potenzialità, ha sottolineato il vescovo, “ci è chiesto, innanzitutto, di interpretare le nuove tecnologie non più come strumenti, ma come un ambiente, che trasforma il pensiero e la comunicazione”: questo perché “avvertiamo l’urgenza di abitarla in maniera propositiva, offrendo il nostro contributo di valori alla sua elaborazione e impegnandoci ad educare anche i nostri ragazzi al pensiero critico perché diventino cittadini a tutti gli effetti del nuovo continente”. Di fronte al “diluvio” tecnologico si corre il rischio “di sentirsi delegittimati, ‘vecchi’ nel senso di sorpassati – noi e le nostre convinzioni di fondo -, tentati di risolvere la stessa partita educativa nell’esercizio tecnico, più che nella relazione e nello scambio di significati culturali”. Tuttavia, ha precisato il segretario generale della Cei, “l’educazione non si riduce ad istruzione, ad abilitazione tecnica e strumentale: abitare il tempo della Rete non significa soltanto mettere le tecnologie nelle mani dei nostri figli, ma formarli ad un approccio critico, che fa centro sulla costruzione dell’autonomia del soggetto”. Il cambiamento prodotto dalla tecnologia digitale, dunque, deve far riflettere sul fatto che “esercitare una responsabilità come quella educativa non significa avere tutte le risposte di cui l’altro ha bisogno e darle al suo posto, ma accompagnarlo nella sua crescita e nel suo divenire, perché lui stesso arrivi a trovare e dare la risposta, arrivi a dire chi egli è; in altre parole, arrivi alla sua responsabilità, impari ad assumersela, poiché nessuno può mai esaurire il mistero dell’altro”; in questo senso, ha concluso mons. Crociata, “educare alla responsabilità è il cuore dell’azione educativa” che “nasce dall’ascolto delle domande – a volte inespresse – dell’altro” ed “è ciò che, alla fine, rende umana una società”.
Immagini e simboli. I nuovi linguaggi “riduttori di distanza e intensificatori di sensibilità” offrono nuove sfide ma anche nuovi stimoli alla trasmissione della fede. È quella che il direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, mons. Domenico Pompili, ha definito la sfida della “triangolazione della fede”, ossia “le tre ‘d’ necessarie per interpretare in maniera creativa lo scenario mediale in cui siamo immersi”. “Intanto – ha affermato mons. Pompili – verificare la disponibilità all’apertura verso la fede, vincendo i pregiudizi e la superficialità ma anche diventare capaci di assumere decisioni a costo di prendere posizioni controvento. La terza ‘d’ ha che fare con il ‘dramma dell’immaginazione’ e cioè la capacità di ridare ossigeno e rivitalizzare il linguaggio della fede riscoprendo la forza delle immagini e dei simboli”. Per mons. Pompili, “navighiamo dentro un mare che ci trasforma, un mare da affrontare come il surfista che sa imprimere con decisione la direzione alla sua tavola sfruttando la forza della natura senza lasciarsi dominare”. Ed è proprio come il surfista che “anche noi dobbiamo navigare da protagonisti sicuri di poggiare sulla tavola della fede e della nostra umanità, un’umanità che non si lascia formattare e omologare ma veramente libera capace di risvegliare e suscitare il desiderio di Dio inscritto nel cuore di ogni uomo”.
(29 marzo 2010)