Testimoni digitali
“Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era cross mediale” è il titolo del convegno promosso dal 22 al 24 aprile, a Roma, dall’Ufficio comunicazioni sociali e dal progetto culturale della Cei. “Le nuove tecnologie – così mons. Domenico Pompili, sottosegretario e portavoce Cei, riassume al SIR il significato dell’evento – esigono competenze specifiche ma richiedono pure un’idea, una prospettiva, un punto di vista, uno sguardo. La Chiesa deve riuscire a far trapelare attraverso le nuove tecnologie quello che è il suo sguardo assolutamente originale sulla realtà: lo sguardo della fede”. Tra i relatori anche Chiara Giaccardi e Simone Carlo, ai quali il SIR ha chiesto un’anticipazione dei rispettivi interventi al convegno (www.testimonidigitali.it). Giaccardi, docente di sociologia della comunicazione all’Università Cattolica, interverrà il 23 aprile su “Relazioni comunicative e affettive dei giovani nello scenario digitale”; sempre il 23 aprile, Carlo, ricercatore dell’OssCom – Centro di ricerca sui media e la comunicazione dell’Università Cattolica, parlerà su “Il social network e la sua centralità nelle pratiche comunicative”.
Giaccardi: passare dalla “casa” alla città
Dalla “casa” alla “polis”: è anche in questo passaggio che si consumano le relazioni comunicative e affettive dei giovani che abitano lo scenario digitale. A spiegarlo è Chiara Giaccardi . “I giovani – dice – si costruiscono una ‘casa’ nell’ambiente digitale, che offre loro la possibilità di realizzare, da soli, un luogo vivo, stabile, aperto ma al tempo stesso selettivo, con delle soglie comunque varcabili. Questa dimensione del luogo comune stabile, in cui sentirsi a casa emerge moltissimo dagli studi condotti”. Tuttavia, spiega la docente, “si ha la sensazione che ci sia nei giovani una difficoltà nel passare da questa casa – in cui mettono in comune principalmente la dimensione del personale, del sé – ad uno spazio più vasto, la città (polis), dotato di una valenza comunicativa relazionale, sociale, più ampia, pubblica”. “Si tratta – per la sociologa – di un passo difficile anche perché consiste nel mettere in comune, ad un livello pubblico, tutto ciò che attiene alle questioni importanti della vita di ciascuno, evitando, tra l’altro, di esprimere temi politici e religiosi che potrebbero creare conflittualità interna e minare l’armonia del luogo. Le relazioni comunicative e affettive dei giovani nello scenario digitale privilegiano, pertanto, l’armonia, riducendo i rischi di conflittualità. Ciò provoca un’ambivalenza: da una parte si costruisce un luogo accogliente dove i ragazzi stanno bene; dall’altra, però si rischia di tornare a costruire un luogo piccolo”. Nonostante le difficoltà i giovani “restano protagonisti delle nuove tecnologie, non le subiscono, anzi”. A ben guardare “i ritmi, i tempi, i modi in cui le nuove tecnologie vengono utilizzate sono funzionali ai loro bisogni. Il protagonismo dei giovani in questo campo sta anche nella loro capacità di dare forma al multidigitale”. La forma però non basta. Per Giaccardi, “vanno alimentati anche i contenuti dello scenario digitale che ispirano la dimensione relazionale, fondamentale nella formazione dell’espressione identitaria del giovane. L’impegno della Chiesa, come attesta il convegno, è quello di “comunicare una parola di speranza e un indirizzo educativo necessario anche per trainare altre agenzie come la scuola e la famiglia”.
Carlo: gestire bene la socialità
“I social media – afferma Simone Carlo commentando alcuni dati emersi nella ricerca ‘Relazioni comunicative e affettive dei giovani nello scenario digitale’, che verrà presentata al convegno – non sono monoliti impenetrabili e sempre uguali a se stessi o viceversa strumenti che prevedono un uso talmente personale ed eccentrico da sfuggire a qualsiasi forma di possibile analisi e codifica. Abbiamo a che fare piuttosto con strumenti che presuppongo tra gli utenti una sorta di reciprocità: è come se si raccogliessero dei modelli d’uso che prevedono, tra soggetti che si considerano amici, simili modalità di utilizzo”. Sono “queste diverse modalità di utilizzo”, spiega il ricercatore, a “costruire le famiglie e i profili che si articolano attorno a pratiche specifiche”. La ricerca, aggiunge Carlo, “mostra come, superando alcuni luoghi comuni cavalcati dai mass media, i giovani abbiano per larga parta un uso dei social media pervasivo ma consapevole: i soggetti gestiscono attraverso i social media le numerose relazioni, rendendole in alcuni casi profonde ed emotivamente coinvolgenti. Accanto a profili minoritari di soggetti che investono molto tempo nei social network per ampliare la propria rete di contatti e ‘collezionare’ nuove conoscenze in alcuni casi superficiali, sono presenti altri profili quantitativamente significativi in cui l’investimento nelle relazioni on-line si intreccia profondamente a quelle off-line”.
Per i giovani, nota ancora Carlo, “i social network sono strumenti per gestire con estrema efficacia la socialità e il proprio ruolo nella rete di amicizie, conoscenze e potenziali tali: i giovani sono sempre più ‘bravi amministratori’ di reti di relazioni anche molto complesse e i social network diventato strumento indispensabile per tale ‘management'”. In particolare, “l’adozione di Facebook sembra legata alla capacità del sito di offrire la possibilità di contattare potenzialmente tutte le persone considerate significative, anche se non sempre tale potenzialità viene sfruttata realmente, e ciò dipende dalle predisposizioni e caratteristiche dei soggetti”. I social network, conclude, “diventano cioè una ‘rete di possibilità’: la possibilità di contattare tutti e di non perdere nessuno”.
(21 aprile 2010)