SETTIMANA SOCIALE
Un’agenda di speranza per il futuro di Firenze, guardando anche al “futuro dell’Italia”. Ruota attorno a questo duplice obiettivo l’impegno della Chiesa fiorentina in vista della prossima Settimana sociale dei cattolici italiani. Giovedì 22 ottobre, alle 17.30 nella Sala verde della Banca Crf (via dei Pucci, 1), il percorso diocesano verrà aperto da un incontro pubblico al quale interverranno l’arcivescovo, mons. Giuseppe Betori, e il vicepresidente del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali nazionali, Luca Diotallevi. “L’idea di un cammino diocesano prende spunto dal concetto di «Agenda» elaborato per la Settimana Sociale di Reggio Calabria, e s’inserisce in una fase particolare per la città”, spiega don Giovanni Momigli, direttore dell’Ufficio la pastorale sociale e il lavoro della diocesi fiorentina.
Perché Firenze vive un momento particolare?
“Da una parte abbiamo una nuova amministrazione comunale; dall’altra ci sono nodi strutturali da sciogliere. Certo, non è compito della Chiesa intervenire nel programma concreto di governo della città; tuttavia mi sembra importante, e doveroso, individuare alcuni temi particolari da porre all’attenzione, affinché siano messi in «agenda» dal dibattito sociopolitico e amministrativo”.
Individuare problemi concreti, d’altra parte, è proprio lo scopo dell’Agenda. La diocesi come intende procedere in questo percorso?
“Innanzitutto partiremo dal «Patto per Firenze» auspicato dall’arcivescovo già lo scorso aprile. In secondo luogo parleremo di pluralismo nelle istituzioni e delle istituzioni. Poi metteremo a tema: welfare locale e sussidiarietà; governo, processi migratori e percorsi d’interazione; luoghi d’incontro, aggregazione e formazione per i giovani e le comunità”.
Parliamo del “Patto per Firenze”…
“Firenze deve crescere in cultura d’impresa, ma anche imparare a fare impresa con la sua ricchezza culturale. «L’ora di Firenze è adesso», ha detto mons. Betori all’atto della nomina ad arcivescovo: fare un patto per Firenze significa sentire che l’ora è giunta e non può essere fatta passare. Normalmente il dibattito sulle ricchezze culturali e artistiche della città viene condotto guardando indietro: è invece l’ora di saper coniugare tradizione e futuro. A tal proposito invitiamo a confrontarsi operatori economici, parti sociali, amministrazione comunale, università, soprintendenza”.
Poi viene il “pluralismo nelle istituzioni” e “delle istituzioni”.
“Vogliamo venga riscoperto il valore della pluralità e della diversità delle istituzioni. Chi governa ha la responsabilità di decidere, ma non può esimersi dal considerare anche realtà che, pur avendo un ruolo pubblico, non sono riconducibili alla gestione pubblica. Per un effettivo pluralismo occorre riscoprire il valore e l’essenzialità delle varie istituzioni: in questo si ritrova anche il principio e la pratica della sussidiarietà”.
Come declinare la sussidiarietà in rapporto al welfare?
“Oggi c’è bisogno di ripensare il welfare, anche in riferimento al ruolo del Terzo settore, che non deve operare solo come se ricevesse servizi in «subappalto» dalle istituzioni. Abbiamo vecchie e nuove povertà, mentre calano le disponibilità economiche delle amministrazioni pubbliche. C’è bisogno di dare nuovo valore alla solidarietà, riconsiderare il welfare anche nel pluralismo delle istituzioni e sul piano identitario-culturale”.
E di fronte ai processi migratori cosa intendete dire?
“I processi vanno governati, non solo controllati. Non si può puntare sull’allarmismo. A fianco del governo del fenomeno migratorio, però, vi è anche la necessità di un’effettiva interazione fra quanti vivono all’interno del territorio. Per operare positivamente nell’oggi e costruire la società di domani è necessario avere alla base valori chiari, ma anche percorsi concreti”.
Da ultimo, i luoghi per giovani e comunità…
“Bisogna valorizzare gli ambienti in cui possono esserci i giovani, ma anche luoghi in cui si possa interagire. La dimensione intergenerazionale è essenziale per la crescita dei singoli e della comunità nel suo insieme. Ripensando gli spazi d’incontro e di formazione della comunità, occorre prevedere elementi specifici per le giovani generazioni, ma che non siano esclusivi, in modo da ricostruire un tessuto relazionale unitario. Questo è fondamentale per evitare di crescere in una società di separati in casa”.
In questo cammino, come si pone la Chiesa di Firenze rispetto alla città e, più in generale, al Paese?
“Leggeremo tutto nel doppio contesto nazionale e locale per approfondire quegli elementi maggiormente legati al territorio, ma senza dimenticare le priorità per un’«Agenda» che interessa tutto il Paese. Riguardo all’apertura al mondo, invece, già nel «Patto per Firenze» il contributo della Chiesa chiama in causa tutti gli attori per un impegno concreto. A tal proposito, proprio in questi giorni l’arcivescovo ha firmato una convenzione per favorire l’accesso al credito per attività di autoimprenditoria da parte di persone che hanno perso il lavoro. In questo modo non vogliamo fermarci a un discorso culturale, ma indicare in che direzione muoversi”.
(21 ottobre 2009)