SETTIMANA SOCIALE
Scommettere sulla “libertà in azione”. È la ricetta per “tener viva la speranza” nel nostro Paese, convinti che “ci sono risorse che possono essere mobilitate”. Ed è la medesima convinzione su cui fa leva la “Lettera di aggiornamento” del cammino di discernimento avviato in vista della prossima Settimana Sociale (Reggio Calabria, 14.17 ottobre 2010), recentemente resa nota dal Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei cattolici italiani. A ricordarlo è Simona Beretta, docente di politica economica all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e membro del Comitato delle Settimane Sociali, intervenuta nei giorni scorsi alla Settimana di studi sociali della diocesi di Piacenza-Bobbio con una relazione su “La nostra terra ricca di benessere e capacità tra crisi rimossa e speranza smarrita”.
Una cosa seria. “Sperare è una cosa seria”, ha esordito la docente subito dopo aver delineato “i molti volti della crisi” che potrebbero indurre a “smarrire la speranza”: dalla “crisi della finanza creativa con la sua lunga ombra – distruttiva – sulla disoccupazione” al “perdurare dei conflitti”, fino a una crisi economica che ha fatto scoprire “la fragilità della costituzione istituzionale europea”. Tuttavia, riprendendo l’enciclica “Spe salvi”, “la speranza ‘operativa’ si fonda su una certezza”: il cristianesimo non è soltanto “una buona notizia”, “una comunicazione di cose che si possono sapere”, ma “è una comunicazione che produce fatti e cambia la vita”. “La porta oscura del tempo, del futuro, è stata spalancata” e “solo quando il futuro è certo come realtà positiva diventa vivibile anche il presente”. In campo economico, è la speranza intesa come motore di un impegno fattivo che mette in campo “l’investimento e l’innovazione”, oppure “la creazione d’imprese, che diventa creazione di occasioni di lavoro” e “rende più ‘civile’ il sistema economico”, o ancora muove “la finanza ‘reale’, ossia un patto capace di reggere le prove del tempo e dell’incertezza”.
Una sfida alla libertà. Sperare, ha proseguito Beretta, in una certa misura è “una sfida alla nostra libertà”. Riproponendo la “Spe salvi”, si è chiesta: “Che cosa possiamo sperare? E che cosa non possiamo sperare?”. Confidare in un progresso “addizionabile” è possibile solo in campo materiale, laddove ci sono una “conoscenza crescente delle strutture della materia” e “invenzioni sempre più avanzate”. “Nell’ambito della consapevolezza etica e della decisione morale, invece, non c’è una simile possibilità di addizione per il semplice motivo che la libertà dell’uomo è sempre nuova”. Ciò comporta “che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio”. Certamente c’è un “tesoro morale dell’intera umanità”, ma questo può essere accolto o rifiutato: costituisce dunque semplicemente un “invito alla libertà”. Conseguenza di ciò è che, come recita la “Spe salvi”, “il benessere morale del mondo non può essere garantito semplicemente mediante strutture” poiché queste “non possono e non devono mettere fuori gioco la libertà dell’uomo”; inoltre, “poiché l’uomo rimane sempre libero e poiché la sua libertà è sempre anche fragile, non esisterà in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato”. Cercare “retti ordinamenti per le cose umane” non è mai un compito concluso; tuttavia, “ogni generazione deve anche recare il proprio contributo per stabilire convincenti ordinamenti di libertà e di bene, che aiutino la generazione successiva come orientamenti per l’uso retto della libertà umana e diano, così, un certa garanzia pure per il futuro”.
Giustizia e bene comune. Infine, il rapporto tra “carità” e “verità”, “Caritas in veritate”, principio intorno al quale ruota la dottrina sociale della Chiesa e che prende forma concreta in “criteri orientativi dell’azione morale”, come la giustizia e il bene comune. Sul primo versante, “la giustizia è la prima via della carità o, come ebbe a dire Paolo VI, ‘la misura minima’ di essa’”. “La carità – ha sottolineato Beretta citando la ‘Caritas in veritate’ – eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del ‘mio’ all’altro; ma non è mai senza la giustizia, la quale induce a dare all’altro ciò che è ‘suo’, ciò che gli spetta in ragione del suo essere e del suo operare”. La carità “supera la giustizia e la completa nella logica del dono e del perdono”; trova realizzazione nella “città dell’uomo” laddove vi sono non solo rapporti basati su “diritti e doveri”, ma anche “relazioni di gratuità, misericordia e comunione”. Da ultimo, il bene comune, la cui ricerca è “esigenza di giustizia e di carità”. “Impegnarsi per il bene comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di ‘pólis’, di città”. “Ogni cristiano – ha concluso – è chiamato a questa carità, nel modo della sua vocazione e secondo le sue possibilità”. È “la via istituzionale, possiamo dire anche politica, della carità, non meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente”.
(03 marzo 2010)