SETTIMANA SOCIALE
Andare oltre ai confini dell’Italia, avendo presenti le responsabilità di ciascuno per la “giustizia internazionale”. Questo il focus che il Tavolo “Giustizia e Solidarietà” e il Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali hanno affrontato nel seminario “Debiti e giustizia internazionale: nuove regole e nostre responsabilità”, tenutosi ieri (4 marzo) a Roma. Un appuntamento nel quale “sono state messe in luce questioni e prospettive che vanno poste maggiormente all’attenzione della comunità cristiana”, ha osservato Edoardo Patriarca, segretario del Comitato organizzatore delle Settimane Sociali. Giudizio condiviso da mons. Angelo Casile, direttore dell’Ufficio Cei per i problemi sociali e il lavoro, che esprimendo “apprezzamento” per i lavori ha sottolineato come l’appuntamento abbia “arricchito il percorso verso la prossima Settimana Sociale con un’attenzione internazionale che richiama all’impegno la comunità cristiana”. Aprendo la giornata, il direttore generale di Missio, don Gianni Cesena, ha richiamato il problema del debito dei Paesi in via di sviluppo “nell’orizzonte più vasto dell’ingiustizia economica internazionale, della lotta alla povertà, della corresponsabilità nei processi di sviluppo e nel loro finanziamento, della salvaguardia dell’ambiente”. Un problema che, alla luce della recente crisi, “rischia di aggravarsi, anziché diminuire”.
Un talento unico. La presenza capillare della Chiesa cattolica nel mondo è un “talento” unico, del quale essere consapevoli e che “permette di capire meglio certi fenomeni globali”, ha rilevato Gianni Vaggi, docente di sviluppo economico all’Università di Pavia. La Chiesa cattolica, infatti, “è l’unica istituzione al mondo presente in tutti i Paesi e radicata sul territorio”: una simile capillarità “non l’ha neppure l’Onu, o il Fondo monetario”. “Questa – ha aggiunto Vaggi – è un’occasione di carità fenomenale, laddove ‘carità’ non è solo l’aiuto materiale”, ma anche “capacità di conoscere, filtrare, comprendere e mediare laddove ci sono conflitti”. Il docente ha poi richiamato l’importanza del dialogo, dal quale “la via della giustizia non può prescindere”.
Debiti economici ed ecologici. Sul rischio di “un nuovo indebitamento” del terzo mondo per far fronte alle conseguenze della crisi si è concentrato l’economista Riccardo Moro. “In questi due anni gli strumenti tradizionali di flussi di denaro verso i Paesi del Sud del mondo sono calati”, ha denunciato Moro citando, ad esempio, il taglio dei contributi ai Paesi in via di sviluppo deciso nel 2008 dall’Italia. Da qui il pericolo di “un nuovo indebitamento, stavolta rivolgendosi a investitori più elastici, come la Cina, ricca di liquidità e pronta a ‘comprare’ l’Africa per soddisfare il fabbisogno di materie prime”. Ma c’è anche un “debito ecologico”, ha aggiunto Matteo Mascia, della Fondazione Lanza, e “le sfide poste dalla questione ambientale coinvolgono e s’intrecciano in modo inestricabile con i complessi fenomeni sociali ed economici di questo nostro periodo storico”.
Nuove responsabilità. Etica, economia e politica, educazione, comunicazione: ambiti che richiamano nuove responsabilità e rinnovate prospettive. “Il nostro mondo è globalizzato per alcuni aspetti, come la finanza e il commercio, ma non lo è per l’etica e il rispetto dei valori”, ha rilevato il gesuita p. Gian Paolo Salvini, direttore de “La Civiltà Cattolica”. “Abbiamo bisogno di un nuovo stile e di un nuovo modo d’interpretare il presente”, gli ha fatto eco Miriam Giovanzana, direttore editoriale di “Terre di mezzo”, pensando alla realtà “invisibile” degli immigrati scesi in piazza lo scorso primo marzo. E se l’educazione “appare come esiliata e sospesa”, con adulti che “non riescono più a trasmettere alle nuove generazioni alcunché di valoriale e di spirituale” (Aluisi Tosolini, esperto in processi formativi ed educazione interculturale), sul piano della comunicazione la sfida “sta nel riconciliare le esigenze del mercato con la sfera dei valori” (p. Giulio Albanese, direttore di “Popoli e Missione”).
Alla radice delle ingiustizie. È la responsabilità, difatti, la chiave di svolta, ha evidenziato Paolo Beccegato, responsabile dell’Area internazionale di Caritas italiana, introducendo il concetto di “responsabilità morale indiretta”. Tale responsabilità “è un modo d’intendere le cose che va alla radice delle ingiustizie” e “non si accontenta di constatare gli enormi problemi del mondo e poi dare una mano a risolverli con un’elemosina o una buona azione”. Vi è un bivio tra il “lottare per la giustizia” e l'”accontentarci di un’elemosina pelosa”, “rimuovere le cause della povertà” e “portare aiuti a fronte di emergenze ormai devastanti”. Occorre “tentare di invertire la rotta – ha concluso – e non accettare l’ineluttabile tendenza di un’umanità senza scrupoli che abbandona a se stessi tanti suoi figli e fratelli”.
(05 marzo 2010)