SETTIMANA SOCIALE
Riflettere sulla città e sui nodi cruciali che la interpellano. Con questo scopo l’Uci Tecnici Calabria, insieme all’arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova e al Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali, ha promosso un ciclo di seminari in vista della 46ª Settimana Sociale dei cattolici italiani, al fine di “suscitare un impegno attivo per la costruzione di una nuova cittadinanza e di un più forte senso di responsabilità, confrontandosi sulle problematiche e sulle opportunità della città, con specifico riferimento al tessuto locale della realtà calabrese”. Gli incontri si propongono di “sollecitare un’ampia partecipazione sociale finalizzata al raggiungimento del bene di ognuno con l’opera di tutti, cercando nuovi percorsi per valorizzare il ‘sapere’ come strumento di solidarietà per la realizzazione del bene comune”. Martedì 30 marzo si è tenuto il primo appuntamento, nei locali della curia arcivescovile di Reggio Calabria, mettendo a tema “una città educanda, sicura e multietnica”.
Il contributo di tutti. “La società nella quale viviamo ha bisogno di essere rinnovata con l’apporto di tutti”, ha sottolineato mons. Vittorio Mondello, arcivescovo di Reggio Calabria-Bova, vedendo nella prossima Settimana Sociale un “evento eccezionale” che “coinvolge tutta la città” di Reggio Calabria. Ma quale può essere il contributo specifico dei cristiani in questo rinnovamento? “Una testimonianza autentica di vita – ha risposto l’arcivescovo – nella quale incarnare la fede”. È un compito che spetta a tutti i credenti, da chi s’impegna in politica a chi svolge un mestiere o una professione. “Come cristiani – ha aggiunto mons. Mondello – abbiamo non solo la necessità, ma il dovere di contribuire con tutti gli altri cittadini nella costruzione di questa nostra città”, non chiudendosi in pregiudizi e precomprensioni, ma “perseguendo il dialogo”. Difatti, ha precisato il segretario del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali, Edoardo Patriarca, “la città è il luogo in cui si realizza il bene comune e laddove parole come dignità, rispetto, condivisione e solidarietà acquistano un senso se vengono declinate nel quotidiano”.
Integrazione e inclusione. La città multietnica, che vive il fenomeno migratorio, è ormai “un fatto strutturale”, ha evidenziato Giuliana Quattrone, presidente dell’Uci Tecnici Calabria, rilevando che gli immigrati “si possono integrare se la città riconosce i loro bisogni, la loro richiesta di riconoscimento, che spesso si esprime nel privato più che negli spazi pubblici”. La mancata integrazione, d’altra parte, può sfociare in casi limite come quello di Rosarno, laddove nei mesi scorsi è emerso “un sistema d’illegalità diffusa”, ha denunciato il prefetto di Reggio Calabria, Luigi Varatta. Realtà fatta di “lavoro nero, sfruttamento, criminalità organizzata”, che “durava da anni” e chiama in causa una “responsabilità collettiva”. A fronte di un’immigrazione “strutturale”, ha rimarcato il prefetto reggino, “le politiche migratorie devono essere basate sull’integrazione e l’inclusione sociale e, per essere efficaci, devono essere condivise”. E Marco Ricceri dell’Eurispes, ricordando che “il problema sicurezza è presente ovunque in Europa”, ha rilevato che “la criminalità vive dove c’è una situazione di chiusura” e, a lungo termine, “le società che si chiudono sono perdenti, mentre quelle che si aprono trovano gli stimoli per andare avanti”.
Liberarsi da paura e indifferenza. “La città è un racconto” che ha le radici nel passato e l’epilogo nel futuro, ha affermato Giuseppe Limone, docente di filosofia alla Seconda Università di Napoli, parlando dell’idea di “comunità civile”. Essa “racconta quello che è stata in passato, ciò che vuole essere in questo momento e ciò che sarà in futuro”. Oggi, nello specifico, “la nostra società è esposta a una velocità e massività di fenomeni da gestire in modo responsabile”. Tra essi, la richiesta di sicurezza e la crescita degli immigrati, talora vista con una paura, “che – ha chiarito Limone – è solo l’altra faccia dell’indifferenza”. Il docente ha invitato a spostare l’attenzione dall’immigrato allo “stato di salute delle nostre comunità, il più delle volte ripiegate in posizione difensiva”, mentre in realtà una comunità è tale se è “aperta, capace di relazionare le persone”. Due, quindi, le libertà necessarie: la “libertà dalla paura” che determina la sicurezza; la “libertà dall’indifferenza” che porta a un “rapporto comunitario”. E due sono pure i tipi di città, ha rimarcato Corrado Beguinot, docente di urbanistica all’Università “Federico II” di Napoli: da una parte, vi è la “città di pietra”; dall’altra, la “città delle relazioni, immateriale”. L’attenzione, secondo l’urbanista, viene posta sempre sulla “città di pietra”, ma “la città vera, ossia la città dell’uomo, viene dall’equilibrio tra le due”, laddove l’accento va posto sui “valori comunitari” poiché, ha concluso, questi sono i veri valori senza i quali “non c’è speranza di vita per la città”.
(da Reggio Calabria)
(31 marzo 2010)