Una differenza abissale

SETTIMANA SOCIALE

I giorni ormai si contano sulle dita di una mano. La Settimana Sociale dei cattolici italiani, la 46ª, è alle porte. Si svolgerà a Reggio, dentro la bellezza degli scenari della natura e dentro le ferite della storia di un popolo. Qualcuno nei giorni scorsi – dopo l’allarme per la faccenda del bazooka – ci ha telefonato per dirci se poteva scendere giù tranquillo. È chiaro che lo può, lui e gli altri. E non certo perché arriva l’esercito a tutelarli…
A Reggio stanno, dunque, per radunarsi i cattolici da tutta l’Italia. Reggio e l’Italia. Ma, quale Reggio e quale Italia?
È inutile negarlo o fingere di addolcire i dati. C’è una Reggio – ed una Calabria, ed un Sud… ma oggi perfino un Centro e un Nord – strettamente legata alla malavita organizzata. La ‘ndrangheta, voglio dire, i suoi adepti li ha. E non sono certo marziani. Sono reggini. E da un bel po’ di tempo a questa parte ne vediamo anche alcuni sulle pagine dei giornali, i volti di quanti – numerosi come mai prima – cadono in retate delle forze dell’ordine.

Questa Reggio c’è. Ed è fatta di quanti, dentro le cosche, gestiscono persone e potere, ma anche di quanti – inviati – chiedono le mazzette, o mettono ordigni, o come segnale impiccano animali nell’orto di un nemico, o minacciano secondo stili precisi, sempre abituati a trincerarsi dietro il silenzio. Un insieme di padroni e sudditi dentro precise gerarchie e scenari di violenza e di morte. Scenari di denaro anche, estesi fino all’impensabile nelle parti alte delle loro gerarchie, ridotti a semplici paghe nei più deboli anelli. Questa Reggio c’è.
E c’è – perfettamente parallela – un’Italia che unicamente così la sa; e la sa per sentito dire, o la legge sui giornali, la immagina, la descrive, la racconta, la teme, ne è schifata. E pensa che questa é Reggio, questa è la Calabria. Nient’altro.
Ti trovi certe volte al Nord – mentre colloqui in uno studio medico o in piazza davanti a una chiesa – di fronte a gente che, sentendoti discorrere, ti chiede di dove sei. E appena lo viene a sapere, esprime la propria meraviglia. “Nessuno l’avrebbe detto che lei è di Reggio”. Già, perché – se sei di Reggio – sei cafone, incolto, chiuso, violento. E se “Senatus Populus Que Romanus” è stato interpretato come lo è stato per i romani, immaginatevi come lo sarebbe “Senatus Populus Que Rheginiensis”!
Ma questa Reggio, che c’è, e questa Italia che c’è, non sono, per fortuna, che una faccia della medaglia.

C’è anche l’altra, vivaddio.
C’è la Reggio dei giovani che studiano, faticano, si segnalano per le loro capacità eccellenti, emigrano per lavorare, o rimangono per tentare di creare lavoro, o di riuscire in qualche modo a farcela; la Reggio delle tante associazioni – ecclesiali e non – ricche di vita, di cultura, di stimoli, di fatti, di creatività, di progetti. La Reggio dei padri e delle madri di famiglia che vivono quotidianamente lavorando, a casa e fuori, nell’assoluta onestà, donandosi, anzi “perdendosi” per amore.
La Reggio di quanti tirano la cinghia, ma sanno farlo in silenzio, carichi di dignità e di speranza; e che preferiscono assestarsi sulla soglia della povertà, piuttosto che essere sfiorati dall’idea di potersi collocare su soglie di vita illegali. La Reggio, che è fiera delle sue origini, della sua storia millenaria, che porta nella propria carne un patrimonio di cultura senza pari; la Reggio, che crede nella legalità e nella forza delle idee; sente la ricchezza della fede ricevuta duemila anni fa da Paolo di Tarso e sa esprimerla anche nel sentirsi teneramente amata da una Madre.

È una Reggio che esiste. E resiste.
E – nel contempo – c’è anche un’altra Italia: quella che le convinzioni le matura dall’esperienza, non se le forma con l’esercizio del pregiudizio; quella che sa distinguere il grano dalla zizzania e apprezza i valori anche se si trovano dalla Campania in giù.
Saranno questa Italia e questa Reggio il tessuto umano della imminente Settimana Sociale. E non si incontreranno per fingere che non esistano la Reggio della ‘ndrangheta e l’Italia del pregiudizio. Ma perché emerga, una volta per tutte, l’abisso di differenza che esiste fra le une e le altre.

Filippo Curatola
direttore ‘L’Avvenire di Calabria’ (Reggio Calabria-Bova e Locri-Gerace)

(08 ottobre 2010)