“La Chiesa deve essere più vicina a chi vive in condizioni di precarietà” ed occorre quinditrovare il modo perché ci sia sollecitudine pastorale nei confronti delle persone in dificoltà. Loha ribadito mons. Giovanni Cheli, presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per imigrati e gli itineranti, aprendo ieri, a Roma, la XIII riunione plenaria del dicastero. “Laprecarietà – ha continuato mons. Cheli – è un aspetto che ha sempre accompagnato lacondizione delle persone alla quali questo Pontificio Consiglio si rivolge: migranti, rifugiati,marittimi, nomadi, zingari, circensi, pellegrini, studenti esteri”. A questo fine, ha aggiuntomons. Cheli, “la Chiesa deve essere un’istituzione che non si identifica completamente connessun popolo ma cerca gli interessi di tutti, in particolare dei più deboli”. Attualmente, negliStati Uniti spira un vento che non ha niente di accogliente per gli emigrati” – ha affermatomons. John Cummins, vescovo di Oakland, che ha messo in luce il diffuso atteggiamento dirifiuto nei riguardi degli immigrati con il quale si misura l’azione capillare dei Vescovi e delclero per tener viva la tradizione americana di ospitalità. Sul tema dei rifigiati, ha parlato ilvescovo Sanon del Burkina Faso: “La maggior parte dei rifugiati ha subito esperienzetraumatiche di guerre, violenze e pèrivazioni. Per guarire interiormente hanno bisogno diamicizia, verità, di riconciliazione e di aiuto fraterno”.