Lo sostiene il sociologo Sabino Acquaviva in un intervista rilasciata al Sir e pubblicata nellospeciale dedicato alla IV Giornata Mondiale del malato, che sarà celebrata l’11 febbraio. Difronte alla sofferenza, sostiene Acquaviva, si può reagire con la rimozione, “unatteggiamento oggi dominante, che rimanda ad una coscienza debole, fragile, annichilita difronte a qualcosa più grande di lei”, oppure con la sublimazione della sofferenza, “che siverifica quando la sofferenza viene accettata come una realtà che fa parte della vita”, con laquale prima o poi bisogna fare i conti. “La sublimazione religiosa, attraverso l’accettazionedella sofferenza – sostiene Acquaviva -, permette di vivere questa esperienza in manieradiversa. Tra l’intensità dell’esperienza religiosa e la risposta alla paura della morte c’è unrapporto inverso: più cresce l’interiorizzazione della sofferenza, più diminuisce la paura dellamorte”.Il risultato è, come “ormai dimostrato”, che “la preghiera aiuta a livello terapeutico, e che lavita media aumenta con l’intensità dell’esperienza religiosa. Ma la società in cui viviamo,purtroppo, non predispone a questo, non fornisce gli strumenti adatti ad un tipo di reazionedel genere di fronte alla malattia”. Eppure, conclude Acquaviva, “il soffrire può aiutare avivere quell’esperienza come momento in cui essere, a dispetto di tutto, vivo e creativo,accettando e non rifiutando il senso del proprio limite”.