Un semplice “sfruttamento dellanotizia a scopo pubblicitario”: così Maria Chiaia, presidente del Cif (Centro Italiano Femminile)commenta la ripresa giornalistica della sentenza della Corte di Cassazione che ha “assoltoun’avvocatessa” colpevole di essersi presentata in minigonna e con un abbigliamento piuttostovistoso in un carcere. “Altro che sentenza rivoluzionaria”, continua Chiaia parafrasando ilmodo con cui la notizia è apparsa sui giornali di oggi. “Il fatto che il criterio in base a cuistabilire se qualcosa offende o no il comune senso del pudore non sia la ‘moralità pubblica’,ma la dignità della persona, era già stato sancito, ad esempio, dalla legge sulla violenzasessuale”. Il problema, semmai, è quello di chiedersi “fino a che punto il rispetto della personapossa collimare con forme che offendono il buon gusto”. Il senso del pudore, per Chiaia, “nonè morto, perché resta come rispetto della persona che è qualcosa di più del suo corpo”. Losanno bene i cattolici, i quali “non hanno mai formalisticamente accentuato l’aspetto esterioredell’etica, che è innanzitutto disciplina interiore e modo di fare di tutta la persona. La Chiesa hasempre messo in guardia da ogni possibile strumentalizzazione dell’aspetto ‘sessista’ dellapersona. Episodi di cronaca come questi, definiti ‘clamorosi’ dalla stampa, in realtà riportanoindietro le conquiste delle donne”.