E’quanto si chiede sul prossimo numero del Sir Francesco Mario Agnoli, magistrato a Ravennae già membro del Consiglio Superiore della Magistratura, a proposito dei 500 milioni di lireelargiti dallo Stato al collaboratore di giustizia Balduccio Di Maggio. Secondo Agnoli, “si ècercato, sia pure a bassa voce e precisando che i cordoni della borsa sono statimomentaneamente richiusi, di giustificare generose elargizioni con la grande utilità dei pentitinella lotta alla criminalità organizzata, sostenendo che nessuno è in grado di calcolare quantialtri orfani e vedove vi sarebbero stati senza le rivelazioni dei pentiti”. Secondo il magistrato,tutto questo è espressione di “una morale utilitaristica, che può forse andar ben per unasocietà per azioni, ma non certo per uno Stato che pretende di essere fonte non solo dilegalità ma anche di giustizia. Del resto – osserva Agnoli – anche una società per azioni benamministrata, prima di corrispondere premi e corrispettivi, vorrebbe avere la certezzadell’utilità delle prestazioni ottenute, mentre fino a prova contraria ai pentiti non solo gliemolumenti per la sopravvivenza ma i veri e propri premi vengono elargiti quanto ancora siignora se le loro dichiarazioni siano non solo utili, ma addirittura vere. A quanto pare ci sipreoccupa molto del reinserimento sociale ed economico dei pentiti ma assai meno dei parentidei caduti che del reinserimento economico hanno spesso assai più bisogno di chi può contaresui lauti proventi di decennali attività criminali”.