“Come dare un senso alla sofferenza? Attraverso la solidarietà e le relazioniumane”. Lo ha affermato padre Giuseppe Cinà, docente di teologia della sofferenza e dellasalvezza al “Camillianum”, intervenendo oggi a Roma al corso residenziale di pastoralesanitaria organizzato dall’Aipas (Associazione Italiana di Pastorale Sanitaria) in collaborazionecon il “Camillianum”.Padre Cinà si è rivolto ai cappellani ospedalieri e agli altri operatori, partendo dal presuppostoche l’esperienza del dolore, “personalissima ed irripetibile”, conduce l’uomo ad interrogarsi incontinuazione sui “perché” della sofferenza. Ha delineato quindi la condizione esistenzialeumana in questi momenti. “La malattia produce una disarticolazione dentro sé stessi e lapersona sperimenta la perdita di un’identità armonica – ha spiegato -. Questo provoca una crisidei rapporti con le cose e con gli altri, poiché la malattia costringe all’attenzione esclusiva, oquasi, verso sé stesso. E’ tutto un cammino che può portare all’annientamento dellapersonalità”.A questo punto, ha osservato padre Cinà, è importante cercare di dare un senso ad ognisituazione o aiutare l’altro a trovare una risposta. In che modo? “Prima di tutto attraverso lasolidarietà, l’affettività, l’empatia – ha detto – in modo da far sentire la persona un soggetto. Larelazione umana è infatti capace di spezzare il cerchio dell’isolamento e della solitudine”. Perpadre Cinà, “l’atteggiamento cristiano di fronte alla sofferenza consiste nel vivere l’amoreradicale come autodonazione e come servizio: amore per gli altri, dono di sé nell’impegnocontro la sofferenza, impegno per venire incontro in ogni modo a chi è colpito dal dolore odalla sventura”.