E’ quanto silegge in un articolo sull’ultimo numero della rivista ‘Famiglia oggi’, dedicato al tema della’depressione’. “Ci sono situazioni – si legge nell’articolo – in cui la parola è assolutamente fuoriposto, anche la parola buona, che intende portare conforto. Capita di rendersene conto inpresenza di persone che, in visita a qualcuno malato o colpito da lutto, moltiplicano parole percercare di consolare; ma sul volto di coloro che sono nel dolore non appare la consolazione,bensì il fastidio. Il dolore – prosegue l’articolo – non è oggetto di conversazione, neppure diconversazione religiosa; esso è l’espressione dell’irruzione del mostruoso che lacera il senso el’ordine dell’esistenza. Esiste una foltissima letteratura di tipo consolatorio rivolta a malati asofferenti” mentre “spiritualità, sofferenza e accettazione sono, nella ‘vulgata’ del cristianesimopiù diffusa, considerate quasi sinonimi. Esiste il serio pericolo di spacciare per sofferenzacristiana forme devianti e confinate con il morboso: le possiamo catalogare con il nomegenerico di ‘dolorismo’. Questa concezione non è frutto esclusivo del cristianesimo, in seno alquale esse sono espressione di una polarizzazione esasperata della croce e del suosimbolismo” ma “la ritroviamo anche in altre antropologie che, per motivi diversi, attribuisconoal dolore una funzione centrale nella vita dell’uomo”.